Ristrutturazione

una produzione blogghino (01/09/2008 - 09:09)

Addio Dada, e grazie di tutto. (il nuovo indirizzo è: http://zonadeumanizzata.blogspot.com, dove si va anche cliccando sulla parola "Addio", la quale è blu per questo motivo)

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Che paese siamo diventati?

una produzione blogghino (30/07/2008 - 12:11)

Ieri sono andato a consegnare una pizza dall’altra parte della città. Ultimamente mi capita spesso di fare consegne di una sola pizza, la gente è sempre più sola. O forse solo più povera. Dall’altra parte della città, non capisco. Perché non ordinarla in una pizzeria più vicina, così magari arriva prima e più calda? Forse d’estate la gente non ha voglia di pizza calda, allora la ordina dall’altra parte della città, così arriva fredda. Sono arrivato all’indirizzo della consegna e vicino al nome, sull’alluminio del campanello, c’era graffiato un cerchietto. La procedura prevedeva che io sputassi dentro la pizza, che era una Pizza Campagna. Ma con il caldo che faceva non avevo più saliva. Ho tirato sul col naso e poi mi sono raschiato la gola ben bene, non ne è uscito niente, ero asciutto, prosciugato. Che fare? Potevo passarmi la pizza sotto le ascelle ma mi sarei impiastricciato tutto. Mi sono guardato intorno e vicino a un tombino ho visto che c’era un piccione sfranto sull’asfalto. Ho afferrato il piccione per una zampa e ho tirato, ma si è staccata la zampa. Ho tirato la seconda zampa, più delicatamente, mezzo piccione è venuto via e mezzo è rimasto attaccato al marciapiede. Ho avuto un capogiro e ho mollato il piccione, stavo per vomitare. Non esagerare Jimmy, mi sono detto. Cosa ti sta succedendo? Vuoi avvelenare un povero cristo? Mi stavo facendo la voce fuori campo da solo. Era la coscienza, che parlava in fuori campo. Ci voleva una musica straziante come colonna sonora, ma niente, dalle finestre aperte pioveva solo la sigla del telegiornale. Ho appoggiato in terra il cartone di pizza, l’ho aperto. Mi sono sbottonato la patta e ho fatto un goccio di pipì al centro della pizza, poi mi sono riabbottonato, ho chiuso il cartone e ho suonato il campanello.
Sono salito al secondo piano con la pizza in mano, mi ha aperto un signore sulla sessantina, in braghe e canottiera.
- La sua Pizza Campagna, signore – ho detto.
- Quant’è?
- 4 e 50.
- E la birra?
- Quale birra?
- Ho ordinato anche una birra.
- Non mi risulta.
- Non ti risulta.
- Non mi risulta.
- Non ti risulta.
- No, non mi risulta.
- No, non ti risulta.
- Non mi risulta affatto.
- Per niente affatto ti risulta.
- Assolutamente no.
Ci siamo guardati negli occhi. Il cartone emanava odore di piscio. Le mie dita sudate erano incollate al cartone.
- Fa niente – ha detto l’uomo, dopo un po’.
Si è frugato in tasca.
- Ascolta. Ho 5 euro. Non lascio mai la mancia. Non l’ho mai fatto prima d’ora. Non l’avrei mai fatto fino a cinque minuti fa. Però stavo guardando il telegiornale, quando hai suonato. In un servizio a un certo punto stavano intervistando della gente al mercato. Avevano tutti delle facce orrende. Mi sono chiesto: santamadonna, ma chi sono questi? Perché hanno quelle facce di merda? Questi sono i miei concittadini? Ma che paese siamo diventati? Che paese siamo diventati? Che paese siamo diventati? Rispondi.
- Devo rispondere io? Non lo so. Non siamo diventati nessun paese.
- Quindi ho deciso che non volevo avere quella faccia anche io. Perciò, ecco i cinque euro, e tieni il resto.
- Oh. Ma grazie. Io.
- Ti darei più soldi, non ne ho. Facciamo così. Ti mangi uno spicchio di pizza.
-No, oh no, va benissimo così davvero.
-No no no. Non voglio essere un uomo di merda. Vieni, entra.
Ho seguito l’uomo in cucina. Ha aperto il cartone, una zaffata trementa ci ha investiti. Lui non ha detto niente. Ha tagliato uno spicchio di pizza e me l’ha porto.
- Tieni, mangia.
- Ma non ho fame.
- Mangia, perdio.
Ho mangiato il trancio di Pizza Campagna al Piscio.
- Com’è? – mi ha chiesto.
- Ottima – ho detto.
- Non si direbbe dalla tua faccia. Ha uno strano odore. E poi ci avete messo troppo olio.
Ha annusato la pizza.
- Posso farti una domanda?
- Certo.
- Non è che qualcuno ha pisciato nella mia pizza?
- Non mi risulta, signore.
- Non ti risulta?
- No, non mi risulta.
- Non ti risulta.
- Non mi risulta.
- Non ti risulta.
- Non mi risulta, no.
- Insomma non ti risulta.
- Proprio non mi risulta.
- Ci ho ripensato. Vorrei indietro il resto dei cinque euro.
Io non capisco la sfiducia della gente, quante calunnie, quanta perfidia, e quanta ipocrisia, tanto a farsi belli guardando i telegiornali e poi anche loro sono come le facce di merda dei telegiornali.
Comunque la pizza pensavo peggio.

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Ascensione, angolazione, quarta dimensione

una produzione blogghino (24/07/2008 - 11:27)

Entro in ascensore, ma non mi giro verso l’uscita. Rimango in un angolo a fissare lo spigolo delle pareti, come in punizione. Sento alle mie spalle le porte che si stanno chiudendo. Sento un rumore di tacchi. Chiudo gli occhi. Le porte si chiudono. Ho un brivido. Qualcosa, immagino un dito, mi picchietta la spalla. Mi giro di scatto. Nell’ascensore c’è una donna che non ho mai visto prima.
- Chi è!
- Oddio! Ma è matto?
- Ma che vuole?
- L’ho disturbata per caso? Era per dire che ci sono anch’io. Quarto piano, grazie.
- Mi fa piacere. Il pulsante è lì.
- Cafone.
- E va bene. Ecco fatto. Contenta? Quarto piano.
- E lei?
- Io cosa.
- A che piano va, lei.
- Ma che vuole? Quarto.
- Già.
- Già! Aspetti un attimo: wow! È questo che voleva dire? Quarto piano! Entrambi! Colpo di scena! Va bene così?
- Si sente bene?
- Abitiamo allo stesso piano! Ah! Niente è per caso, non è così! Eppure non ci siamo mai incontrati prima, come mai? Cose folli, in questo condominio!
- È proprio qua che la volevo
- Cose folli! Ai confini della realtà! Che altro potrà mai succedere? Non oso neanche
- Invece ci siamo incontrati un sacco di altre volte.
- Ah! Ecco! Ci siamo arrivati! Doppio colpo di scena! Apertura di una quarta dimensione! Squarci nel’universo! Buchi neri ascensionali!
- Ma senta. La pianti, insomma. È lei che
- Il passato e il futuro si aggrovigliano! Gente che parla al contrario! Il sole sorge quadrato!
- Siamo al piano. Permesso.
- Permesso? Permesso? Ma non c’è bisogno! Mi passi attraverso! In questo universo fuori di sesto tutto è possibile! Improvvisamente mi sento vicino alla verità!
- Come no, a un passo.

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Gloan hansc mensch

una produzione blogghino (22/07/2008 - 13:55)

Sono andato in bagno e c’era Creativo n.3 che si stava lavando i denti, piegato a uncino sul piccolo lavabo. Sono andato a pisciare e intanto gli ho chiesto che ne pensava dell’ultima pubblicità progresso della Clebbino Beauty, quella dove si vedono foto di persone torturate e vittime di svariate violazioni di diritti umani, dunque persone con ematomi, escoriazioni, mutilazioni, cose di questo genere. L’headline è: “Cazzo ridi?” e il body copy: “Campagna Clebbino Beauty per la Prevenzione delle rughe del viso”.
- Schmenfshif bworchm mfaschascha – ha detto n.3.
- Secondo me fa cagare. E poi lo sanno anche i bambini, se a uno gli ìntimi di non ridere, il risultato è che lo farai scoppiare a ridere. Cioè ottieni il risultato contrario. Così la campagna antirughe va a puttane. Non credi?
- Ambhfansch schfwapp nguush swoash
- Insomma secondo me Creativo n.1 stavolta ha toppato.
- Gloan hansc mensch schffff coff coff – ha detto n.3, ha cominciato a tossire, lo specchio si è coperto di schizzi di dentifricio e la faccia gli stava diventando blu. Io ho riso. È troppo divertente costringere a parlare uno che si sta lavando i denti, diosanto. L’ho imparato da Sanpietròli, il mio dentista.
- Ciao eh – ho detto uscendo dal bagno. N.3 era raggomitolato in terra che si stringeva il collo e schiumava dalla bocca. In quel momento mi sono accorto che mi ero bagnato i pantaloni di piscio. Ma si può?

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Perdersi

una produzione blogghino (21/07/2008 - 09:01)

Comunque vorrei far notare che se Cristoforo Colombo avesse avuto il navigatore satellitare, col fischio che scopriva l’America. Questo per dire che trovare sempre quello che si cerca non mi pare questo gran passo avanti per l’umanità.

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Sesta lettera di Ermete dalla Zona Deumanizzata

una produzione blogghino (17/07/2008 - 10:31)

Amico mio, stamattina mi sono comparse delle strane macchie sul collo, all’inizio ho pensato fossero licheni, invece no, sono macchie. Me ne sono accorto specchiandomi nel secchio dell’acqua piovana. Poi ho starnutito e l’acqua nel secchio si è mossa deformando il mio volto e ho capito che il principio è la trasformazione. Ieri sera sono rimasto per oltre mezz’ora a fissare i licheni che si sono formati sul pianerottolo. Ammiro la loro tenacia. Poi un’altra cosa che ammiro è la cedevolezza, ci ho pensato perché ieri l’intonaco della cucina ha ceduto ed è venuto giù. Anche se non è quel tipo di cedevolezza che intendo, ma mi ci ha fatto pensare lo stesso. Poi ammiro un’altra cosa ma non mi ricordo quale e poi sta per finire lo spazio e anche l’inchiostro quindi vengo al quindi. Il quindi è che vorrei essere insieme tenace e cedevole, allora ho inventato questa parola: tenacedevole. È così che voglio diventare. Tenacedevole. Trasformarmi in tenacedevole. Che ne pensi.

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Quotidianità

una produzione blogghino (08/07/2008 - 12:43)

Ierisera ero accomodato sul divano di casa con il pene dentro la bocca di Eugenia che sorseggiavo Cedrata Clebbino dalla fica di Eugenia tramite una cannuccia. Non è difficile da fare. Basta mettere Eugenia a testa in giù, usare il pene come perno e cingere Eugenia ai fianchi con un braccio, senza stringere troppo però altrimenti la pressione fa schizzare la cedrata sul divano e anche sulla faccia. Non fatelo con le donne di carne perché l’effervescenza della cedrata è mal tollerata, nel caso usate liquidi fermi. Insomma ero sul divano con Eugenia e guardavo il televisore con l’audio azzerato e intanto ascoltavo il Guglielmo Tell nella versione suoneria per il mio cellulare, esecuzione niente male, anche se con poco colore. E a un certo punto è suonato il telefono, non il cellulare (quello stava già suonando il Gugliemo Tell) ma il telefono coi fili. Ho ascoltanto per un po’ l’esecuzione della suoneria del telefono fisso, un trillo ribattuto su un’unica nota, ripetutamente, un pezzo di musica minimale stile Philip Glass ma anche un po’ Brian Eno, niente male devo dire, poi mi sono ricordato che dovevo rispondere perché era sicuramente mio padre, ormai soltanto lui mi chiama al telefono coi fili. Ed è un peccato perché io amo il telefono coi fili, perché mi piace che una voce passi in un filo e io stringendo quel filo posso stringere in mano quella voce che mi arriva all’orecchio, mentre con il cellulare non si sa da dove arriva quella voce, per quanto ne so potrebbe arrivare anche dalla mia testa, e non è divertente. Proprio no. Così mi sono alzato di scatto per andare a rispondere ma sono inciampato su Eugenia e siamo caduti e la cedrata è schizzata parte sul pavimento parte sulla mia faccia, sono maldestro. Ho sfilato il pene dalla bocca di Eugenia e sono andato a rispondere ma era troppo tardi, quando ho alzato la cornetta non c’era nessuno, si sentiva il tu-ttù della linea libera. Ho ascoltato per un po’ anche questo pezzo, molto minimale come quello precedente, ma il timbro era decisamente diverso, un suono più sintetico, come proveniente dallo spazio, ma sempre ritmicamente ossessivo, quasi un battito cardiaco, un walzer monocorde, una cosa tipo Pink Floyd di The Piper at the Gates of Dawn ma molto asciugata, che poi di colpo ha cambiato tempo diventando un’unica nota ossessivamente ripetuta, con un ritmo frenetico. Gran pezzo.
Ho messo giù la cornetta, c’era da pulire la cedrata in terra, dal piano di sopra arrivavano rumori come di trascinamento di cadaveri, ho chiuso gli occhi, ho recitato a mente una preghiera inventata con dentro la parola “frigorifero” e ho leccato un po’ di pulviscolo atmosferico. Poi ho alzato la cornetta del telefono, ho messo il walzer in viva voce, ho tirato su Eugenia per un braccio e le ho detto: “Balliamo?”.

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Tecnologia digitale

una produzione blogghino (07/07/2008 - 10:51)

Comunque non capisco tutta questa smania di prendere le impronte per schedare i rom. Basterebbe fargli aprire un account su Facebook. Così avremmo anche le foto segnaletiche.

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Una grande verità

una produzione blogghino (04/07/2008 - 14:00)

Ieri sfogliavo un giornale di moda, c’erano i servizi di moda con le topmodel, vorrei dire una cosa alle donne di tutto il mondo. Probabilmente per farlo dovrei parlare dal balcone di piazza San Pietro, ma siccome non credo di avere la possibilità di venire nominato papa nell’immediato, temo che questa possiblità mi sia preclusa, e allora quello che devo dire lo dico qui, non sarà a tutte le donne del mondo ma pazienza. La cosa che voglio dire è: donne, guardate che a noi uomini le topmodel quelle di adesso ci fanno cagare. Non sono mica belle. Così magre, così tristi. Sono sexy quanto un palo della luce. No, un palo della luce in effetti sorride di più, e poi almeno fa luce. Le topmodel mi deprimono mortalmente. Mi fanno pena. E attenzione, non sto dicendo che “sono così belle da sembrare finte”, o cagate del genere, no; non sono affatto belle, sono proprio brutte. Brutte. - Sono brutte le topmodel. Sono magre e tristi - ho detto ierisera ad Armenia. Eravamo seduti sul divano e per farci un po’ di fresco ci sventolavamo con delle riviste. Provate a leggere una rivista mentre la usate per sventolarvi. È difficilissimo. Io avevo queste modelle racchie che mi ballavano davanti agli occhi e mi deprimevano.
- Cosa vorresti dire - ha detto Armenia.
- Quello che ho detto.
- Perché lo stai dicendo a me?
- Come sarebbe. No, aspetta un attimo. Non è riferito a te, ovviamente. Tu sei bellissima.
- Cosa vuoi dire? Non è riferito a me eh? Perché io sono grassa, non è così?
- No! No! Tu sei perfetta! E infatti tu mi piaci, invece queste qua
- Ti sembro grassa, questo mi stai sottilmente dicendo
- Ma che sottilmente e sottilmente, ti sto solo dicendo che le top model sono a zero impatto erotico mentre tu
- Mentre io sono grassa. Neanche tanto sottilmente.
Mi sono alzato e sono andato in camera. Avevo certi nervi. Non potevo crederci. Sono uscito sul terrazzino. Faceva caldo, ora che non avevo più la rivista per sventolarmi. Il sudore mi colava lungo la schiena. D’accordo, non era il balcone di piazza San Pietro, ma meglio di niente. Ho preso un gran respiro e incrociando le braccia ho urlato nella sera:
- Le topmodel fanno schifo al cazzo!
- E tu sei frocio! – ha risposto subito una voce, da qualche altra finestra.
- E tu scommetto che sei negro! – ho urlato io, fuori di me. Poi, spaventato, sono rientrato e sono tornato nel soggiorno.
- Ti ho sentito – ha detto Armenia -. Prima dài della grassona a me e poi te la prendi con i neri. Sei uno schifoso maschilista razzista.
Ho infilato la porta di casa e facendo le scale di corsa sono uscito, senza dire una parola. Ho corso sul marciapiede per dieci minuti, a perdifiato. Quando finalmente il cuore stava per scoppiarmi mi sono fermato, appoggiandomi a un palo della luce. La testa mi girava. Ho guardato in su, verso la luce bianca del lampione. Toh. Guarda chi c’è qua.
- Ehilà – ho detto. Con la mano ho saggiato la soda rotondità del palo – sai che non sei niente male, stangona. Te l’ha mai detto nessuno che quando sorridi fai luce?

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Staremo a vedere

una produzione blogghino (02/07/2008 - 13:08)

Ieri sono andato al supermercato, c’era la promozione 3x2, prendi 3, paghi 2. La promozione riguardava soltanto alcuni prodotti scelti, come i pomodori pelati in scatola Clebbino. Così ho preso tre scatole di pomodori pelati Clebbino e li ho messi nel mio cestino, anche se non avevo bisogno di tre scatole di pomodori pelati, me ne sarebbe bastata una in realtà. Certo, è probabile che in un futuro più o meno prossimo avrei avuto nuovamente bisogno di pomodori pelati, e a quel punto sarebbe stato comodo averne una scatola già a disposizione nella dispensa, senza la necessità di uscire a comprarne un’altra. D’altra parte è altrettanto probabile e forse anche di più che presto non ci sarà più petrolio su questo pianeta, ma non mi sembra che molta gente abbia smesso di girare in macchina, in vista di questo. “Staremo a vedere”, dice la gente. Dice la televisione che dice la gente. Oggi ho sonno. Dov’ero rimasto. Ah, sì. E quindi, insomma perché dovrei preoccuparmi della fine dei pelati nella mia dispensa, se il mondo non si preoccupa della fine del petrolio. Staremo a vedere, ho detto anche io come la gente. Adesso prenderò a esempio la gente quando non saprò come comportarmi nella vita. Chi cazzo sarà mai questa gente. Lo vorrei sapere. Giusto per sapere chi ringraziare, nel caso. Mentre pensavo tutte queste cose e altre che non ricordo e che quindi non riporto non perché insignificanti come probabilmente erano ma solo perché non le ricordo (tanto sul web c’è un sacco di spazio, perché dovrei pormi il problema di occupare spazio con cose inutili, voglio dire: staremo a vedere), mentre pensavo tutte queste cose e altre dicevo, sono arrivato alla cassa con le mie tre scatole di pomdori pelati Clebbino. Non avevo preso altro, perché mi ero distratto (quando ci si distrae si fanno solo le cose utili e necessarie: è per fare tutto il resto che bisogna concentrarsi, fateci caso). Il nastro trasportatore si era già minacciosamente mosso indirizzando inesorabilmente le tre scatole di pelati verso il lettore ottico, quando a un certo punto ho gridato.
-Alt! – ho gridato, e ho sollevato le tre scatole di pelato dal nastro, che così ha continuato a girare a vuoto, era come assistere all’espansione dell’universo. La cassiera ha strabuzzato gli occhi. - Che succede? - ha chiesto.
- Questi sono soggetti alla promozione 3x2 vero? – ho chiesto, appoggiando le tre scatole di pelati sul ripiano in plastica trasparente e sottraendole così all’espansione dell’universo.
- Esatto signore – ha detto la cassiera.
- Cioè nello specifico pago due scatolette e la terza è in regalo, sì?
- Esatto signore.
- Bene, senta, ci ho ripensato. Non mi servono tre scatolette di pelati, me ne serve solo una. Prendo quella in regalo, allora.
- Come sarebbe.
- La terza scatola di pelati, no? Quella in regalo. Prendo quella.
- Ma la deve pagare.
- No, non quella a pagamento. Prendo questa, la terza, quella gratis.
- Ma non funziona così.
- Staremo a vedere.
La cassiera ha preso il telefono e ha confabulato qualcosa, fissandomi. Scommetto che ora chiama il direttore, ho pensato. Infatti dopo un po’ è arrivato il direttore.
- Lo sapevo. Ancora lei – ha detto il direttore – che succede stavolta?
- C’è il 3x2 su questi pelati, giusto? – ho detto io.
- Esatto. Sono in promozione.
- In promozione? Sono in attesa di venire promossi?
- Che cosa?
- Staremo a vedere. Staremo a vedere se si meritano di essere promossi, caro direttore.
- Ma che diavolo sta dicendo, accidenti. Insomma li compra o no questi pelati?
- È proprio questo il punto. C’è il 3x2, giusto? Se prendo tre scatole, ne pago due e la terza è in regalo, giusto?
Il direttore ha guardato la cassiera. La cassiera ha fatto segno di no con la testa, ripetutamente.
- Non suggerisca, lei! – ho detto alla cassiera – Allora, è giusto o no?
- È giusto, sì, è giusto, e allora? Lei ne paga due e la terza gliela regaliamo – ha detto il direttore, che stava iniziando a sudare nonostante l’aria condizionata.
- Bene. Ma il fatto è che non mi servono tre scatole di pelati. Me ne serve soltanto una.
- E allora ne paga una e quella si porta a casa, e niente promozione! – ha urlato il direttore, mettendomi in mano una scatola di pelati.
- Alt! – ho detto – Io non voglio questa. Questa è la prima, che si paga. Quest’altra è la seconda, e si paga pure.. Ma questa, la terza, è gratis. Io questa prendo.
- Cosa significa? La deve pagare! Se ne prende una sola la deve pagare, non importa quale prende.
- Ah è così? Staremo a vedere. Mettiamo che le prendo tutte e tre. Eccole qua. Tre scatole di pelati. Una di queste è gratis, ha detto. Quale? Quale esattamente? Me la indichi lei.
- Ma che vuol dire, cristosanto. Non ce n’è una in particolare. Una qualunque.
- Allora la scelgo io?
- Ma non è questo il punto, maledizione.
- La scelgo io. Poniamo che sia questa.
- E va bene, è quella, e quindi?
- Innanzitutto lei dovrebbe dire: codesta. Perché è vicina a me e lontana da lei. Ma lasciamo stare per il momento. Dunque questa è gratis, se io prendo questa non devo pagare proprio niente. Se prendessi una qualsiasi delle altre due, dovrei pagarla. Ma se prendo questa, no.
- No, no, no, se lei prende soltanto que..., codesta scatoletta, senza le altre due, allora la promozione scompare e codesta scatoletta del cazzo non è più gratis ma torna a pagamento, ha capito?
- Cosa? Vuol dire che questa scatoletta, a seconda del fatto che sia in compagnia di altre due scatolette o meno, cambia di natura?
- Eh?
- Cambia una qualità del suo essere? Prima è un omaggio e dopo no? E magari a questo punto cambia anche il contenuto, magari io se ne compro tre dentro ci trovo dei pelati, se ne compro solo una chissà che ci trovo, i licheni?
Il direttore mi ha guardato terrorizzato. Ha impugnato il telefono, ci ha confabulato dentro. È arrivato l’agente della sicurezza, mi ha afferrato per la collottola e mi ha accompagnato fuori, senza nessuna scatola di pelati, neanche quella gratis, perdio. Fuori il sole veniva giù verticale.
- Lo sai che l’universo è in espansione? – ho detto all’agente della sicurezza, quando mi ha lasciato.
- Meglio così – ha detto – si troverà parcheggio più facilmente.

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Ascensione, contraddizione, sopportazione

una produzione blogghino (01/07/2008 - 14:44)

Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita. Una donna che non ho mai visto prima si infila dentro un attimo prima che le porte si chiudano.
- A che piano, signora?
- Quarto piano, grazie.
- Anche lei al quarto? Va a trovare qualcuno? Magari me? Ahahahaha. Ah.
- No, vado a casa mia.
- Lei abita al quarto piano? Una nuova inquilina? Bello qua eh? Che gliene pare della vista?
- Non sono nuova, ci abito da un sacco di tempo.
- Sul serio? Che strano, non ci siamo mai incontrati prima.
- E invece sì, ci siamo incontrati un sacco di volte.
- Ah, ma lei mi contraddice sempre? Lo fa per suo gusto personale? Scommetto che se io dico che non è possibile perché io non mi ricordo di averla mai incontrata –
- Ma lei non si ricorda mai di avermi incontrata, fa tutte le volte così
- Ecco lo vede? Ha visto? Puro spirito di contraddizione il suo. Non è che così risulta molto simpatica se lo lasci dire.
- E lei sulle persone antipatiche ci mette una pietra sopra vero?
- Ci può giurare forte.
- Ci può... ma che dice, “ci può giurare forte”, ma come parla, lei fa sempre confusione
- Ma lo sa che lei è insopportabile? La prossima volta credo proprio che farò finta di non conoscerla.
- Questo è troppo, siamo al piano, mi faccia uscire subito, permesso, permesso!

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Campione mondiale di abbracci massimi

una produzione blogghino (27/06/2008 - 11:23)

Quando ero piccolo i momenti che mi piacevano di più degli incontri di boxe che guardavo in tv erano quelli in cui i due pugili, dopo uno scambio ravvicinato, improvvisamente in uno slancio di amorosi sensi si abbracciavano. Stretti stretti. Mi sembrava che fosse quello lo scopo della boxe, l’obiettivo dell’incontro, abbracciarsi forte, con abbandono. Solo che quando questo accadeva, ogni volta che accadeva – e accadeva spesso, e accade spesso ancora oggi – subito l’arbitro interveniva, si intrometteva, li separava, probabilmente gli arbitri di boxe sono invidiosi, gelosi, forse hanno avuto un’infanzia priva di affetto, non so. Per questo motivo non li ho mai sopportati gli arbitri di boxe, sono loro a gettare zizzania tra i pugili, a seminare discordia affinché invece di abbracciarsi come vorrebbero tanto fare, inizino a darsele di santa ragione. Quando poi suonava il gong e i pugili andavano a sedersi al loro angolo e gli allenatori e i secondi si facevano intorno ai loro uomini, io ero convinto che cercassero di rabbonirli, dicendogli “Ma su, piantatela di picchiarvi, che ti avrà detto mai, non dare retta all’arbitro, metti da parte l’orgoglio e fate pace”, poi l’incontro ricominciava, i pugili si guardavano un po’ storto, immusoniti, si davano qualche buffetto pacificatorio e poi si riabbracciavano tra il visibilio del pubblico, e quello stronzo maledetto dell’arbitro aridàgli a dividere quell’abbraccio, a seminare veleno, a indurre all’odio.
Allora io penso che c’è qualcosa che non va nella boxe, uno sport dovrebbe assecondare le aspirazioni degli atleti e del pubblico, se c’è questo desiderio di abbracciarsi, di superare se stessi nell’abbraccio, cazzo togliamo di mezzo questi arbitri invidiosi, cambiamo innanzitutto nome a questo sport, chiamiamolo Abbracci. Tra l’altro si gioca in un quadrato che si chiama ring, cioè anello, e vorrà pur dire qualcosa, uno non regalerebbe mai un anello a qualcuno che vuole picchiare, mentre invece a qualcuno che vuole disperatamente abbracciare magari sì. Così io mi immagino queste palestre di periferia dove uomini (ma anche donne, e non separatamente, ma insieme) si allenano ad abbracciarsi, imparano ad abbassare la guardia e ad allargare le braccia e a cingerle ben bene attorno all’avversario. Immagino il campione di Abbracci Massimi alzare il pugno al termine dell’incontro (incontro, si chiama. Mica: scontro. Vorrà dire qualcosa), e con l’altra mano tiene per mano il suo avversario, e poi alla fine si abbracciano di nuovo e anche tutto il pubblico sugli spalti si abbraccia vicendevolmente e la gente a casa al bar si abbraccia e gli allenatori si abbracciano e anche l’arbitro, finalmente, esce dal ring e abbraccia qualcuno, chiunque esso sia.

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L'anima e il pulviscolo

una produzione blogghino (25/06/2008 - 10:10)

Improvvisamente Giselle si è fatta gelida, distante, immagino per via della cena da mio padre alla quale ho portato Penelope 5 spacciandola per lei, anche se mi sfugge come possa essere venuta a saperlo, ma le donne certe cose le capiscono e basta. Ieri sera abbiamo fatto l’amore ma lei era remota e ho avuto una sensazione sgradevole, percepivo nitidamente la freddezza della sua vagina di plastica.
Da piccolo avevo un orsacchiotto, si chiamava Fluffo, l’Orsacchiotto Buffo. Aveva il pelo rossiccio e il naso di plastica divelto e il muso era coperto di saliva rappresa, passavo il tempo a mordergli e succhiargli il naso, era il mio modo di baciarlo, di dimostrargli il mio affetto. Mi domando quando è stato il momento preciso in cui ho smesso di giocare con Fluffo. Quando accade esattamente che l’orsacchiotto da bestiola viva e pensante con cui giocare e parlare diventa un inerme pupazzo di pelo e gommapiuma di cui non ci importa più niente. Ho guardato Giselle, abbandonata sul divano, immobile. “Ah, dunque è così?” le ho detto, “allora è finita?”. Benissimo. Mi sono alzato, ho afferrato Giselle per un braccio e le ho aperto la valvola e ho aspettato che la valvola aperta le soffiasse via l’anima, poi l’ho appallottolata e l’ho gettata nello sgabuzzino. Ho ingollato un bicchiere d’acqua, ma mi è andato a traverso e l’acqua mi è uscita dal naso. Ho acceso lo stereo e ho ascoltato un po’ di cassetta pulisci-testine, mentre osservavo il pulviscolo atmosferico danzare nell’aria illuminata dal sole. Forse era l’anima di Giselle. Mi è venuto in mente che avrei potuto scrivere una poesia sull’anima di Giselle che diventava pulviscolo atmosferico danzante nell’aria, ma poi ci ho ripensato, che stronzata ho pensato. Il pulviscolo atmosferico è molto bello, più dei fuochi artificiali. Poi ho aperto lo sgabuzzino, ho preso la bambola appallottolata, l’ho rigonfiata soffiandoci dentro. L’ho messa a sedere su una sedia di fronte a me, si chiamava Eugenia. “Ciao Eugenia, che bel nome che hai” le ho detto. Ho guardato i suoi occhi azzurri come una mattonella del cesso, il cerchio sensuale delle sue labbra. Il pulviscolo atmosferico scintillava attorno a lei, come scariche elettriche. Mi stava già venendo duro. Tutto è per sempre, mi ha scritto una volta il mio amico Ermete. “Eugenia, non ci siamo già incontrati da qualche parte, io e te?”.

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Punti fermi per quanto riguarda l'esistenza contemporanea

una produzione blogghino (23/06/2008 - 11:51)

Ultimamente ne ho sentite di cazzate in giro, tipo tariffe per la telefonia mobile secondo le quali “più chiami più ti ricarichi”. Credo che questo vada contro ogni legge della fisica, della dinamica, della termodinamica. Sarebbe come dire Più alberi tagli più ne cresceranno, e lo stiamo vedendo in Amazzonia infatti. Bene allora oggi siccome è lunedì e l’effetto della Noncipensare si è esaurito e i miei pensieri catturano come carta moschicida le grandi verità che aleggiano nell’aria elettromagnetica, vorrei ribadire qua alcuni punti fermi per quanto riguarda l’esistenza contemporanea. Essi sono:
- la chiamata telefonica più conveniente al mondo è quella che non fai.
Lo giuro. Provare per credere. Il suo costo è zero euro assoluti, incluso scatto alla risposta. Questa tariffa può essere attivata da qualsiasi utente e presso qualsiasi operatore di telefonia, in qualsiasi momento e senza bisogno di chiamare il vostro operatore di telefonia. E non è una semplice promozione, dalla durata limitata nel tempo. Questa tariffa esiste dall’inizio del tempo. Ed è imbattibile.
Avevo altri punti fermi ma me li sono dimenticati.

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Affondare le mani

una produzione blogghino (20/06/2008 - 10:53)

Che posso scrivere. Ieri ero partito per consegnare due pizze in centro, ero fermo con lo scooter a un semaforo, il semaforo era rosso, per quello ero fermo. Mentre aspettavo che diventasse verde ho spento lo scooter, perché ero fermo. A che serve uno scooter fermo acceso? A niente. Allora l’ho spento. Dall’altra parte della strada c’era un grosso cartellone pubblicitario con il primo piano di un signore con gli occhiali da sole, il signore aveva una faccia felice, anche se chissà com’erano gli occhi, non si vedevano per via degli occhiali da sole. Dicono che gli occhiali da sole sono necessari per proteggere gli occhi dal sole, ma io non ho mai visto nessuna immagine di beduini del deserto con gli occhiali da sole. E non mi risulta che i beduini siano ciechi o ci vedano male. Comunque. Era una pubblicità di occhiali da sole Clebbino. Sopra la testa del signore c’era scritto Clebbino, e sotto il mento c’era scritto “Perché tu sei unico. Come tutti gli altri”. Il semaforo è diventato verde allora io ho acceso lo scooter e sono ripartito, ho fatto venti metri e c’era un altro semaforo rosso, ho spento lo scooter. Stavo iniziando a sentirmi male, non so perché. Mi davano fastidio i cartelloni pubblicitari, i riflessi del sole sulle carrozzerie metallizzate delle auto (forse avevo bisogno di un paio di occhiali da sole), i colori dei semafori, i clacson delle auto, l’odore di bitume, e altre cose di vario genere, allora quando il semaforo è diventato verde ho girato a destra invece di andare dritto e invece di andare verso il centro sono andato verso la periferia, e dopo verso la campagna, ero su questa stradina dritta e a destra e sinistra c’erano solo campi coltivati e puzza di merda e mi sono sentito subito meglio, molto meglio. Allora ho fermato lo scooter sul ciglio della strada vicino a questo campo concimato con la merda, sono corso in mezzo al campo e ho affondato le mani nella terra fresca e nella merda, e ho pianto, non ho quasi mai pianto così bene.

Poi sono tornato allo scooter e sono andato a consegnare le pizze in centro. Sul campanello, accanto al nominativo dell’acquirente delle pizze, c’era un cerchietto, il segnale. Ho aperto i cartoni e ho sputato nelle due pizze. Poi ho suonato il campanello e sono salito. “Le pizze sono fredde” ha detto il signore che mi ha aperto, dopo aver aperto i cartoni per controllare “e poi cos’è questa puzza di merda?”. “Sono le mie mani, signore, non si preoccupi. Ho immerso le mani nella terra concimata con la merda. La pizza non c’entra” ho pensato che era meglio dire la verità, qualsiasi cosa mi fossi inventato non sarebbe stata credibile. Il signore ha strabuzzato gli occhi “Santiddio” ha detto “ci manca solo che mi sputi nelle pizze”, “già fatto” ho detto io, che ero in vena di verità. Il signore non ha più detto niente, mi ha pagato le pizze (niente mancia, come previsto) e mi ha praticamente sbattuto la porta in faccia. Avevo ancora un po’ di terra e merda sotto le unghie, le ho annusate.

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Quinta lettera di Ermete dalla Zona Deumanizzata

una produzione blogghino (12/06/2008 - 15:53)

Amico mio, l’altro giorno non so cosa mi è preso ma avevo voglia di civiltà e allora sono uscito dalla Zona Deumanizzata e mi sono spinto nella prima periferia della città cercando di non dare nell’occhio, a un certo punto mi è venuta voglia di andare a vedere se c’era ancora la nostra vecchia scuola, ti ricordi. Solo che indovina un po’, a un certo punto ho incontrato una signora che portava a spasso il cane al guinzaglio, e fin qui niente di troppo esageratamente pazzesco, anche se non sono più tanto abituato neanche a questo. Sto finendo lo spazio in questo pezzo di carta e quindi mi conviene arrivare al quindi al dunque. Il dunque è che il cane della signora era avvolto in uno di quei cappottini per cani. Allora mi sono ricordato che c’è gente che magari tosa i suoi propri animali domestici, e poi magari gli mette il cappottino perché teme che abbiano freddo, allora io mi domando ma che cazzo tagliate il pelo agli animali a fare, che cazzo gli mettete i cappottini a fare, sono animali e hanno tutto il pelo di cui hanno bisogno, né troppo né troppo poco, a questo proposito mi sono ricordato quella frase della bibbia che dice forse che i gigli si preoccupano dei loro vestiti?, eccetera eccetera. Ero così depresso che sono tornato nella Zona Deumanizzata, io mi chiedo che cosa penseranno mai quei poveretti che si trova a cucire uno di quei cap

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Ascensione, preoccupazione, felicitazione

una produzione blogghino (11/06/2008 - 14:05)

Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita.
A volte penso: e se morissi, in ascensore? Se morissi mentre l’ascensore sale, o anche scende. Magari morirei passando da un piano all’altro. Tra il terzo e il secondo, per esempio. Che cosa orribile sarebbe, morire senza sapere neanche dove si è, a che piano. Partire vivi e arrivare morti. Io voglio morire da fermo, credo. Voglio vedere dove muoio. Voglio saperlo dove sono nell’attimo estremo. Vorrei anche sceglierlo il posto, come fanno gli animali. Le porte stanno per chiudersi, una donna che non ho mai visto prima si infila dentro giusto in tempo.
- A che piano, signora?
- Quarto piano, grazie signore.
- Anche io, abitiamo allo stesso piano ma non ci siamo mai incontrati.
- I casi della vita.
- La vita è breve. Ci arriveremo, al quarto piano? Non moriremo prima?
- Se qualcuno di noi due deve morire in ascensore, spero che si tratti di lei.
- Ehi, grazie tante.
- Se morissi io, lei non sarebbe in grado di riconoscere il cadavere, sa com’è.
- E se invece morissimo tutti e due nello stesso istante?
- In questo caso, nell’Aldilà, o nel Nulla, o quello che è, la prima cosa che lei mi direbbe è: che strano, siamo andati alla stessa Morte senza che ci incontrassimo mai, prima.
- Morissimo? Moressimo? Morressemmo? Ho detto bene?
- Siamo al piano, permesso, permesso.
- Siamo vivi! Siamo vivi! Non ci credo! È un miracolo!
- Come no. Ehi, giù le mani, che fa?
- Bisogna festeggiare, abbracciamoci, baciamoci
- Certe cose si fanno quando l’ascensore è chiuso e in movimento, non quando è spalancato.
- Lei non apprezza il dono prezioso della vita! Lei scommetto che domani neanche se lo ricorda, questo momento che abbiamo vissuto!

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Imprevisti a cena da mio padre

una produzione blogghino (10/06/2008 - 09:03)

Ieri sono passato a prendere Penelope 5 per portarla a cena da mio padre. Si era legata i capelli dietro la nuca, in un crocchio, e indossava un abito a fiori e zeppe bianche con cinturino. Sembrava un’altra persona. Forse, ho pensato con terrore mentre saliva in macchina, lo era.
- Sei Cinzia? – le ho chiesto.
- Ma sì – ha detto, ridendo.
In macchina le ho spiegato la faccenda. Dovresti farmi un favore, le ho detto. Dovresti dire a mio padre che ti chiami Giselle. La mia fidanzata si chiama Giselle, e mio padre mi ha detto perché non la porti a cena da me una sera?, e io gli ho detto sì. Solo che non posso portare Giselle da mio padre, allora ho pensato che magari potevamo fingere che tu sei Giselle, insomma che tu sei la mia fidanzata, capito. Così le ho detto. Sei molto bella, poi le ho detto, un po’ perché mi sentivo in colpa, un po’ perché effettivamente mi sembrava vero.
- Perché non puoi portare Giselle da tuo padre? – ha chiesto lei dopo un po’.
- Sapevo che me lo avresti chiesto. Me lo sentivo. Buffo, eh? Certe volte abbiamo delle percezioni, delle vibrazioni che ci fanno entrare in contatto con le persone attraverso canali comunicativi non verbali o di altro tipo. Pensa che una volta mio cugino...
- Massimo. Perché non puoi portare Giselle da tuo padre?
- Oddio. Mi hai chiamato per nome! Non lo fa quasi nessuno. No, ma è giusto, in effetti è meglio che davanti a mio padre mi chiami per nome, visto che siamo fidanzati, ovviamente per finta eh. Come ti sta bene, questo vestito. Sei molto bella.
- Perché non puoi portare Giselle da...
- Eccoci arrivati.
Mi sono fiondato fuori dall’auto e sono andato ad aprire la portiera a Cinzia Pontesi. Ho suonato il campanello, mio padre ci ha aperto. Mio padre abita al secondo piano. Nel pianerottolo, un attimo prima di salire, le ho detto: dunque siamo d’accordo, mi raccomando, tu non sei Cinzia, tu sei Giselle.
Siamo saliti al secondo piano, mio padre ci aspettava alla porta. Benvenuti! Ha urlato, aprendo le braccia e sorridendo. È così che io mi immagino l’Angelo Sterminatore.
- Ciao babbo, ti presento Cinzia. Cinzia, questo è mio padre e – oh, cazzo, no, no no.
Cinzia ha guardato me. Mio padre ha guardato Cinzia.
- Piacere, Cinzia. Io sono Palmiro – ha detto mio padre, serio.
- No no no, ahahah. Scherzetto! Ahahaha – ho detto io. Volevo buttarmi dalla tromba delle scale – non si chiama Cinzia, si chiama Giselle. Lei è Giselle, no, te l’avevo detto no?
- Che succede? – ha detto allora una voce di donna proveniente da dentro. Era Maya, la donna di mio padre. Dovevo aspettarmelo che ci sarebbe stata anche lei. Mio padre con un cenno ci ha fatto entrare, Maya ci è venuta incontro. Mentre mia madre stava morendo, mio padre la tradiva con questa donna, ho pensato.
- Vieni Maya, ti presento mio figlio Massimo, e lei è Cinzia, che sostituisce Giselle – ha detto mio padre.
- Ecco fatto – ha detto Giselle, cioè Cinzia, vaffanculo.
- Come sarebbe, ahah, lei non è Cinzia, lei è Giselle, diglielo Cinzia che sei Giselle – ho detto io.
- Sì, io. Sarei Giselle – ha detto lei.
- Che piacere! Ma che piacere! – ha urlato Maya, baciandoci tutti e due.
- Il piacere è tutto nostro! – Ho urlato io, fortissimo – Ho portato il vino! Che fame! Che si mangia di buono? Hai fame Ciiinnnnnn......
Mio padre ha alzato le sopracciglia.
-.....nnnnselle?
- Ssssssì – ha detto Cinzia, seria. Poi, è scoppiata a ridere. Non si fermava più. Stava andando tutto a puttane. Dopo pochi minuti eravamo seduti a tavola, davanti a un piatto di ribollita. Mio padre era imperturbabile. Nessuno fiatava.
- Be’, come va il mercato editoriale? – ho chiesto a Maya, per rompere il silenzio. Un fragore di stoviglie è esploso dalla parte di mio padre. Mio padre si è alzato.
- Che fai?- ha detto Maya, preoccupata.
- Vado a fare due passi – ha detto mio padre.

Dopo, ho riaccompagnato Penelope 5 al lavoro. Entrava alle 10. Gli altri del Reparto Entropia erano già al lavoro da tre ore. Maledetti bastardi, chissà cosa stavano combinando. Dal parcheggione, vedere le luci accese ai piani alti della Clebbino, a quell’ora della sera, mi dava i brividi.
- Be’ grazie di tutto – ho detto a Cinzia.
- Mi dispiace per come si è messa la cosa.
- Non è andata così male.
- Ah no? Hai uno strano concetto dell’andar male.
- Ci vai vestita così a lavoro?
- Ho il cambio nella borsa. Ci vediamo, Bandini, salutami Giselle.
- Ciao, Cinzia.
L’ho guardata dirigersi verso l’ingresso dipendenti. Ho pensato che i parcheggi sono veramente tristi, madonna mia come sono tristi i parcheggi.

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Uso personale del Giorno della Rivincita

una produzione blogghino (05/06/2008 - 16:19)

Oggi è il Giorno della Rivincita e così stamattina c’è stato il consueto meeting a base di violenza inflitta a tutte le Penelopi del Reparto Entropia giù nella palestra aziendale. Io ho cercato di non esagerare, qualche sputo timido a questo e a quest’altro, un po’ di umilianti offese a quest’altra, un pugno sull’orecchio un po’ troppo forte (non l’ho fatto apposta) a Penelope 1. Arrivato davanti a Penelope 5, lei mi ha sorriso e io le ho dato una sberla sulla guancia destra. Poi l’ho presa per i capelli e l’ho trascinata in un angolo della palestra, lontano dalla fila delle Penelopi e dagli altri revanchisti. Quando ero sicuro che gli altri non ci sentissero, l’ho fatta inginocchiare e senza smettere di tirarle i capelli le ho sussurrato all’orecchio:
- Ehilà, come andiamo.
- Ciao Bandini.
- Scusa per lo schiaffo eh.
- Figurati. Non dirlo neanche.
- Senti. Non so come chiedertelo. Hai da fare lunedì sera?
Penelope 5 ha sorriso. Io ho dato un piccolo strattone ai suoi capelli.
- Non ridere, accidenti. Vuoi farci scoprire?
- Scusa, hai ragione.
- Ti va di venire a cena a casa di mio padre, lunedì?
- Ahio. Sì. Sì, mi va. Grazie, mi fa molto piacere. Ho il turno alle sette come sai, però posso prendere un permesso di tre ore.
- Bene. Sono contento. Poi non preoccuparti, ti ci accompagno io al lavoro, così alle dieci sei operativa.
- Sei molto gentile.
- Sì, be’. Non è niente.
Tirandola per i capelli l’ho riportata in fila tra le altre Penelopi.
- Torna al tuo posto, puttana – le ho detto, e le ho dato uno schiaffo sull’altra guancia. Adesso aveva tutte e due le guance rosse, mi ha fatto l’occhiolino però almeno non ha sorriso. Sono tornato in ufficio con un sapore di polistirolo sulle labbra.

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Addormentarsi contando i soldati

una produzione blogghino (04/06/2008 - 10:04)

Ieri sera Bilal mi ha fatto mangiare la sua kebizza. È una specie di pizza bianca, dal diametro di circa 30 centimetri, condita con pezzi di pomodoro e carne di agnello e poi piegata a metà e mangiata come una piadina. Niente male devo dire. Forse, un po’ pesante. Infatti stanotte non riuscivo a chiudere occhio e allora per addormentarmi mi sono messo a contare i soldati italiani in Afghanistan. Sono 2600, e dovrebbero essere più che sufficienti per addormentarsi, penso ad esempio a quei poveretti degli islandesi, che neanche hanno un esercito. Neanche un soldato, capito? Poveretti! Come fanno ad addormentarsi la notte? Che cosa contano, le pecore? Ah ah! E così mi sono messo a contare i duemilaseicento soldati italiani in Afghanistan, ma stranamente più contavo meno mi addormentavo. Anche perché per contarli, dovevo immaginarmi questi soldati italiani a fare qualcosa, qualcosa di soldatesco. Non potevo immaginarmeli che saltano uno steccato, per dire. Solo che non riuscivo ad immaginarmi niente. Che cosa fanno, i soldati italiani in Afghanistan? Nessuno ce lo dice esattamente. I giornali non ce lo dicono, il governo non ce lo dice, e il risultato è che io nel cuore della notte penso a 2600 soldati in Afghanistan, li conto per addormentarmi e non prendo sonno perché non so che cosa fanno.
Allora ho pensato che magari sarei riuscito ad addormentarmi meglio contando i soldati americani che, dopo essere tornati dall’Iraq, si sono suicidati. Nel 2005 sono stati 6.256. Anche qui ce n’era da contare, più del doppio dei soldati italiani in Afghanistan, ho pensato sfregandomi le mani nel buio della mia camera, e oltretutto potevo anche visualizzarli, invece delle pecore che saltano lo steccato mi bastava immaginare dei reduci che si impiccano, o si sparano, per dire. Solo che dopo aver contato 25 reduci dell’Iraq che si suicidavano il sonno inspiegabilmente è sparito del tutto e sono rimasto per ore a fissare il buio. Che problemi ho?

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