Nonno Clebbino ho ho ho
La campagna pubblicitaria era già stata architettata fin nei minimi dettagli dall’Ufficio Marketing e il progetto doveva essere presentato alla riunione del 15 novembre scorso. Io ho trovato il file del progetto in uno dei computer dell’Ufficio Marketing e l’ho cancellato. E così, per quest’anno, niente Nonno Clebbino. Nonno Clebbino è la risposta della Clebbino a Babbo Natale. Un sondaggio tra i consumatori ha dimostrato che Babbo Natale è un testimonial ormai superato: i bambini di oggi sono più disposti a credere in Marilyn Manson che in Babbo Natale. La stessa figura del “babbo” risulta ormai inaffidabile; così si era deciso di rivolgersi alla figura del nonno. Sul file del progetto erano indicate queste linee: babbo: nel Terzo Millennio nessuno dice più babbo, a parte i toscani, qualche umbro e qualche marchigiano. Tutti usano il termine “papà”, derivante dal francese e ritenuto più chic. Babbo Natale risulta dunque un personaggio sfigato. La figura del “padre”, inoltre, in generale rimanda a: persona che di giorno lavora ed è sempre assente, la notte va con le mignotte ed è sempre assente, quando non è assente è ubriaco e picchia la mamma. Per contro, abbiamo identificato nella figura del “nonno” colui che: racconta favole, regala dolcetti, Così è nato Nonno Clebbino: un personaggio più autorevole del compromesso Babbo Natale, e contemporaneamente più riconoscibile grazie al nome e quindi non utilizzabile dagli altri marchi. La divisa di Nonno Clebbino è la stessa di Babbo Natale, ma i colori sono quelli aziendali: il rosa e il marrone (come si sa, il “rosa” rimanda alla pelle, all’umano, al delicato; il “marrone” rimanda allo sporco e alla merda. Con questi due colori il marchio Clebbino riunisce in sé il meglio e il peggio dell’Universo, quindi in definitiva: tutto). Nonno Clebbino avrebbe portato regali a tutti i bambini indiscriminatamente, senza fare del becero moralismo tra buoni e cattivi. La morale infatti in un recente sondaggio sui valori è risultata quinta, dietro a Cellulare, Televisione, Airbag e Scopare. Per queste ragioni, Nonno Clebbino ha con sé un cellulare di ultima generazione (un Clebbiphone 6500, naturalmente), uno schermo al plasma da 60 pollici nella sua abitazione (un’isola equatoriale del Pacifico), un Airbag incorporato alla sua slitta trainata da scimmie e inoltre in Internet sarebbe stato fatto opportunamente girare un video di una sua scopata con Pamela Anderson.
Se quest’anno negli spot pubblicitari natalizi alla tv al cinema alla radio nei cartelloni pubblicitari delle tangenziali e in quelli giganteschi che coprono i lavori in corso nei centri storici nei banner su Internet nelle pagine pubblicitarie dei giornali dentro i centri commerciali non ci trovate la faccia e la voce di Nonno Clebbino, di questo dovete ringraziare me e il mio lavoro al Reparto Entropia.bestemmia giocando a carte, è buono, rassicurante, non rompe i coglioni, offre un sorriso, serenità.
Qualcosa intorno a qualcuno
“È tutto intorno a te” dice la ragazza della Vodafone di cui non ricordo il nome. Megaqualcosa. Supermegaqualcosa? No, di meno, Megaqualcosa. “È tutto intorno a te”, io mi guardo intorno e vedo i piatti sporchi nel lavabo, muschi e licheni che infestano gli angoli alle pareti, la carriola che avevo comprato dal ferramenta senza sapere perché piena di spazzatura, l’elenco del telefono aperto in mezzo al pavimento con evidenziati i numeri che ho chiamato. Sto telefonando uno a uno tutti gli abbonati del telefono residenti nella mia città, solo per sentire che voce hanno. Rispondono, io dico “La saluto” e metto giù. Sono arrivato alla lettera D.
Megaqualcosa non dice esattamente “è tutto intorno a te”, ma non dice neanche “è ciucio inciorno a ce”, come forse direbbe quell’americana di cui non ricordo il nome, quella bionda che cantava per cui la quale cicale cicale cicale. Io me li immagino quelli della Vodafone, gli espertoni di marketing, i creativi, a dire: bisogna che Megaqualcosa abbia una pronuncia perfetta, deve suonare familiare, deve risultare il più possibile italiana. Ed ecco Megaqualcosa a fare un corso di dizione per imparare una pronuncia impeccabile. Se non che il suo maestro di dizione è milanese, con il risultato che Megaqualcosa dice “ed è tutou intornou a tè”, con la e finale sbragata, come usa a Milano. Che è la stessa cosa di quegli stranieri che vanno a Firenze ad imparare l’italiano e poi tornano a casa convinti di avere una conoscenza e una dizione della lingua perfette, cosicché invece di chiedere Dove vai? Che cosa fai?, chiedono ‘Ndo tu ‘vvai i’cche’ttu’ffài. E magari ci aggiungono pure bischero. Che io lo so che l’italiano perfetto gli unici a parlarlo sono gli attori americani nei film americani doppiati, tipo tomcruise doppiato, alpacinodoppiato,, del resto sul doppiaggio ha già disquisito Jimmy Bandini in un suo vecchio post, perciò mi fermo qua.
Camon beibi lait mai faier
Ieri Armenia mi ha chiesto come mai uso i fiammiferi invece che gli accendini o gli accendigas per accendere i fornelli o accendere le candele. Fumare no, che non fumo. Dice Armenia che il gesto di accensione di un accendino è molto più rapido di quello di accensione di un fiammifero. Però c’è questo fatto, che un accendino non sai mai di preciso quando sarà finito, mentre la scatola di fiammiferi sì. È vero che molti accendini sono trasparenti e tu vedi il livello del gas liquido al loro interno e così sai quando il gas è finito. Ma non è proprio così: in realtà tu hai un’idea di quando il gas è finito, ma non lo sai con esattezza. Capace che scuotendo l’accendino riesci ad accenderlo un’ultima volta, come capace che no. Insomma questo ti getta nell’insicurezza e nello sconforto, cosa che coi fiammiferi non accade, perché i fiammiferi puoi quantificarli. Così quando ti resta l’ultimo fiammifero sai che è l’ultimo fiammifero, che è l’ultima possibilità che hai di accendere il gas prima di comprare un’altra scatola di fiammiferi. D’altra parte esiste la favola sulla piccola fiammiferaia, che se aveva un accendino non era così commovente, si sarebbe conclusa con la piccola fiammiferaia che cercava di accendere l’accendino scuotendolo in aria e sbattendolo contro il pavimento e smadonnando. E guarda caso ieri sera nella mia scatola di fiammiferi era rimasto proprio l’ultimo fiammifero, e dovevo usarlo per accendere il gas sul quale cuocere la PaellaOlè Clebbino. Trionfante spiegavo ad Armenia la mia illuminante teoria sui fiammiferi brandendo l’ultimo fiammifero come fosse una bacchetta magica, quando Armenia me lo ha strappato di mano ne ha ciucciato la punta, poi me lo ha restituito dicendo:
- E adesso, prova ad accenderlo.
Con lo zolfo bagnato il fiammifero era inutilizzabile e io stavo per avere una crisi.
- E adesso come cavolo lo accendiamo il gas? Come la scongeliamo la PaellaOlè Clebbino?
- Vaffanculo alla Clebbino – ha detto, e mi ha baciato sulla bocca. Sapeva di zolfo.
- Prova a fare come gli antichi – ha aggiunto -. Con due pietre focaie.
- Non ce le ho le pietre focaie! Adesso dovremo aspettare che il fiammifero si asciughi.
- Perché non provi ad accenderlo strofinandomelo addosso.
Mezzo e mezzo
È mezzo vuoto o mezzo pieno il bicchiere dell’economia mondiale?, si chiede Fabrizio Galimberti sulla prima pagina del Sole 24Ore del primo dicembre. Ho trovato il giornale buttato dietro lo spazzolone del bagno del reparto Entropia, l’angolo roseo della pagina umido di urea. Il mondo è mezzo pieno o mezzo vuoto?, mi chiedo io fissando le fughe tra le piastrelle davanti a me. Di là dalla parete, il rumore di scoreggia della macchinetta del caffè che eroga una bevanda al gusto di caffè va a unirsi col rumore di scoreggia del mio culo che eroga una scoreggia.
Dopo che ho evacuato vado da Penelope 3 a chiedergli se il mondo è mezzo pieno o mezzo vuoto.
- Forse entrambi?
- Cioè è sia mezzo pieno che mezzo vuoto?
- Sarebbe così strano?
- E quanto fa un mezzo vuoto più un mezzo pieno?
- È una domanda a trabocchetto?
- Senti non puoi andare avanti tutta la vita a fare il gioco di “Rispondi-a-una-domanda-con-un’altra-domanda”, credo che alla lunga ti faccia male.
- Io sto benissimo. Io sono mezzo pieno.
- Ehi, hai risposto senza fare un’altra domanda!
- Eh no. Non ho risposto, perché quella non era una domanda, era un’affermazione.
- Senti, io non ti farò domande, così tu non dovrai rispondere con altre domande e riusciremo a parlare come delle persone normali, forse.
- D’accordo.
- Fantastico. Credo che un mezzo pieno e un mezzo vuoto non si possano sommare, perché non sono grandezze omogenee.
- Però, se consideriamo il mezzo vuoto uguale a zero e il mezzo pieno uguale a uno, possiamo sommarli.
- Eh no. Se fosse pieno sarebbe uno, se fosse vuoto sarebbe zero.
- Quindi mezzo vuoto è la metà di zero, e mezzo pieno è la metà di uno.
- La metà di uno è 0,5, ma la metà di zero quanto è?
- Ti sei rimesso a fare domande?
- Oh, dio, m’è scappata, e adesso?
- Dicevamo?
- La metà di zero?
- Non è zero diviso due?
- Zero diviso due fa zero. Quindi la metà di zero è zero.
- Quindi zero virgola cinque più zero fa zero virgola cinque.
- Allora la somma di mezzo pieno e di mezzo vuoto è uguale a mezzo pieno.
- Allora il bicchiere dell’economia come cazzo è? Un conto è se è mezzo vuoto, che è come dire vuoto, visto che mezzo vuoto è uguale a vuoto; un conto è dire che è mezzo pieno, che è la metà di pieno. Un bicchiere vuoto e un bicchiere mezzo vuoto come fanno a essere uguali?
- E lo chiedi a me?
- E poi tu prima hai detto che il mondo è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto, cioè contemporaneamente zero e zero virgola cinque, ti pare possibile?
- La smetti di farmi domande?
- E tu la smetti di rispondere con altre domande?
Non ne usciremo mai.
Il business del futuro
Oggi Fonzi Banana, l’ortolano, mentre compravo un chilo di cachi mi ha raccontato la triste vicenda economica di un suo amico. Questo suo amico sostiene che la vera risorsa del futuro, quella che un giorno sarà la più preziosa per il nostro pianeta, indovina un po’ quale sarà?
Il petrolio?, chiedo a Fonzi Banana aspettando i cachi.
No.
L’acqua, certo, l’acqua.
No.
Allora il gas?
No, la carta. La carta igienica nello specifico.
Ascensione, incomprensione, esagerazione
Entro in ascensore, mi giro verso l’uscita.
Dopo un po’ entra la signora del quarto piano.
La conosco o non la conosco?
- Ci conosciamo? – chiedo esitando.
- Prima di solito mi chiedi il piano.
- Ah già. A che piano?
- Gesù. Quarto piano.
- Infatti. Pure io.
- Eh.
- Quindi ci conosciamo no?
- Tu che dici?
- Insomma, ha capito a cosa mi riferisco.
- No, non ho capito a cosa ti riferisci.
- Ah. Come non detto, lei quindi non mi conosce.
- E smettila di darmi del lei!
- Ma, insomma, lei... tu mi conosci no?
- Mi sa che non ti ho mai conosciuto.
- Adesso però parli metaforicamente.
- Metaforicamente.... ahahah, metaforicamente, Gesù. Che stronzo.
- Ah! Allora mi conosci!
- Siamo al piano, mi fa uscire?
- Insomma basta! Ero io quello che non ti conoscevo, non tu!
- Mi faccia passareeeeeeeeeeeee
- E perché adesso mi dai del leeeeeeeeeeeeiiiiii
- Lei è pazzoooooooooooooo
- Ti piacevo cosììììììììììììììììììììììììììì




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