Ascensione, predestinazione, circuizione
Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita.
Quando le porte si stanno per chiudere, entra una donna che non ho mai visto prima.
- A che piano, signora?
- Quarto, grazie.
- Anche io vado al quarto.
- Ma guarda che coincidenza!
- Io no credo alle coincidenze, signora.
- No, eh?
- No. Io credo che ci sia un disegno dietro le cose.
- Ah, c’è un disegno dietro le cose, bene.
- Infatti.
- Bravo, fa bene a pensare così.
- Signora, e se questo ascensore non arrivasse mai? Se fossimo condannati a restare qua dentro? Facciamo l’amore, signora? Facciamo selvaggiamente l’amore, su. La vita è così breve. Potrebbe staccarsi il cavo. Potremmo non arrivare mai. Accoppiamoci contro la pulsantiera, signora.
- Il cavo non si è rotto, siamo al piano.
- Le porte potrebbero non aprirsi mai. Copuliamo, signora?
- Le porte si sono aperte. Permesso, permesso.
- Potrebbe crollare il pianerottolo! Signora!, No!
- Ommadonnamia.
- Ecco.
p.s. Qua, uno sviluppo inaspettato della faccenda.
Sperimentazione Semantica
Riapro gli occhi e sono già vestito. Mi guardo attorno, sono seduto su una poltrona di cuoio nero e davanti a me il Dottor Herbsman mastica lentamente una lunga cordicella di liquerizia.
<< Tutto bene? >> mi fa.
<< Certamente. Ma forse dovrebbe dirmelo lei, se va tutto bene >>
<< L'operazione è riuscita alla perfezione, non si preoccupi. Le abbiamo impiantato il modulo SSC-3, l'ultimo uscito dai nostri laboratori. Le basta dire una parola per attivarlo >>
<< Che parola? >>
<< Ci pensi bene, una volta attivato non può tornare indietro. Il rischio è grosso >>
<< Che parola ? >> ripeto.
<< "Anima". Non deve far altro che dire "anima" e il modulo si attiverà automaticamente >>
Si alza, mi stringe la mano e un rivolo di saliva nera gli scende dall'angolo della bocca.
<< Arrivederci, Dottor Herbsman >>
<< Addio, White >>
Apro la porta e la guardia mi controlla con lo scanner. Quando arriva all'altezza della nuca aspira aria rumorosamente un paio di volte. Ha individuato il modulo SSC-3.
<< Tutto bene? >> gli faccio.
<< Certo. Può andare >> ma la voce gli trema un po'.
Arrivo al portone di cemento armato, faccio un gesto verso il gabbiotto mostrando l'isotopo radioattivo che ho impiantato nel palmo della mano destra e il portone si apre. Per ogni modulo c'è una parola di attivazione. Una volta attivato, non si torna indietro. Davanti ai miei occhi una distesa di cadaveri e pochi vivi che si trascinano verso il cancello. Vado loro incontro e sussurro "anima".
Mi avvicino e inizio ad urlare le parole che leggo sulla lista.
<< Tascapane! >> e un impiegato si accascia cadendo nella polvere.
<< Armadafuoco! >> e, mentre tenta di scavalcare il cancello, il dirigente aziendale Blossom si piega su un lato e viene infilzato dall'inferriata all'altezza del rene. Si muove ancora un po', poi smette.
Ne faccio fuori così una decina. Il modulo SSC-2 che queste persone hanno impiantato nei loro cervelli sono primitivi, rispetto al mio SSC-3. Per uccidermi loro dovrebbero avvicinarsi a meno di 5 metri da me, mentre il mio modulo ha una portata superiore ai 30.
La gamma dei moduli SSC deriva da un esperimento della divisione SS Clebbino, ovvero Sperimentazione Semantica Clebbino. Commissionati dal Governo Mondiale, facemmo l'errore di testarli sul nostro organico. Segretarie, impiegati. Perfino dirigenti. Il modello SSC-1 funzionò a meraviglia per un paio di settimane, poi uccise tutti gli addetti del Reparto Entropia per un banale errore : la parola d'attivazione era la stessa per tutti. "Caffè". Il modello successivo, l'SSC-2, sembrava funzionare perfettamente, almeno fino a quando ignoti riuscirono a penetrare nel database delle password d'attivazione. Il giorno dopo ognuno, controllando la propria posta, si vide recapitare un elenco con i nominativi e i codici di attivazione ; l'occasione perfetta per rifarsi dei nemici, degli ex partner, di un capoufficio malizioso e castrante.
Nel giro di poche ore si contavano centinaia di morti.
Il funzionamento dei moduli SSC è facile. Ripetendo due volte la parola d'attivazione si avvia un meccanismo sinaptico che riduce la vittima, nel migliore dei casi, ad una larva. Ma non sono rari i casi in cui questo processo determina una morte istantanea ed indolore. In ogni caso, non c'è ritorno.
Ora sono l'ultima speranza per la Clebbino Corporation. L'ultima speranza. Devo fermare i superstiti prima che riescano a far trapelare la notizia all'esterno. E so come fare.
Ovviamente anche io monto uno di quei moduli, l'SSC-3 appunto. Ma sono fortunato, sotto un certo aspetto : oggi ormai, nessuno dice più la parola "anima".
Un nodo inestricabile
Quando suona la sirena di fine turno al Reparto Entropia sono le quattro del mattino. Spesso però a quell’ora non ho sonno e allora gironzolo un po’ a piedi per le strade deserte, a quell’ora mi diverto ad attraversare i viali anche se attraversare la strada è vietato, anzi proprio per questo, mi piace il rischio, l’avventura estrema. Il silenzio è rotto soltanto dagli antifurti in azione delle macchine parcheggiate e dal rumore di lamiere degli incidenti in tangenziale, e quindi dalle sirene delle ambulanze. A volte, passando accanto al parco, mi capita di sentire anche un rumore stridente come di violini che vengono accordati, allora so che sto per imbattermi nel Re dei Topi.
Penelope 8 mi ha detto che si chiamano così quei grovigli formati da decine e decine di topi le cui code sono rimaste intrecciate formando un nodo inestricabile. Ogni componente del Re dei Topi naturalmente ha fame e vuole mangiare e allora cerca di trascinarsi dietro gli altri, ma anche gli altri tirano dalla loro parte e il risultato è che il Re dei Topi si muove scomposto e grottesco descrivendo ampi cerchi. Il risultato è che alla fine il Re dei Topi non riesce a mangiare niente e muore. Sono andato a vedere nel Parco e infatti il Re dei Topi era lì, groviglio di sorci e di squittii. Allora mi è venuto in mente che potevo dare una mano a tutti quei ratti, cercando di sciogliere il nodo delle loro code. Così sono saltato al centro del Re dei Topi ma è successo che avevo le scarpe slacciate perché non mi ricordo più come si fanno i nodi ai lacci delle scarpe e insomma, il Re dei Topi ha cominciato a muoversi come impazzito e alla fine in tutta quella bagarre i miei lacci sono rimasti impigliati all’intreccio di code dei topi del Re dei Topi e così sono entrato anche io a far parte del Re dei Topi.
All’inizio era abbastanza divertente venire trascinato qua e là dal Re dei Topi, ma dopo qualche ora tutto quel movimento mi ha messo una gran fame e allora quando ho visto che eravamo vicini alla stazione, mi è venuto in mente che c’era il McDonald’s aperto 24 ore su 24. Allora ho preso l’iniziativa e mi sono diretto verso il McDonald’s, trascinandomi dietro non senza fatica tutti i topi che avevo attaccati ai lacci delle scarpe e che facevano un gran casino, come i barattoli e le bottiglie attaccate alla macchina degli sposi nei film americani. All’ingresso del McDonald’s però c’era l’addetto alla vigilanza che mi ha puntato una pistola contro, dicendomi che se provavo ad entrare portandomi dietro tutti quei topi mi avrebbe sparato. Come ti permetti, ho detto al vigilante, noi siamo il Re dei Topi. Re dei Topi un cazzo, ha urlato il vigilante e ha cominciato a sparare ai topi, che crepavano uno dopo l’altro cacciando strilli orribili. Alla fine la cosa stava diventando divertente e allora ho chiesto la pistola al vigilante per sparare anche io qualche colpo ai topi, e sono riuscito a beccarne una decina. Alla fine li abbiamo ammazzati tutti, ne abbiamo contati 43. Col vigilante siamo diventati amici e lui è entrato da McDonald’s ed è uscito con due Big Mac e due coche e abbiamo mangiato insieme il Big Mac, e io ho detto che probabilmente la carne dei topi che avevamo ammazzato era più buona di quello che stavamo mangiando, e il vigilante ha riso talmente tanto che stava per strozzarsi col Big Mac.
Statue, scimitarre, Appennini, Ricorsività
Sono io, White. Oggi mi sono svegliato davvero male, e ho idea che sarà una giornata difficile per quelli che lavorano con me. Entro in ufficio e saluto Bandini.
<< Buongiorno, Bandini >>
<< White >> mi fa lui, senza aggiungere altro.
Mi siedo alla scrivania e mi capita sottomano la pratica di licenziamento di Giuseppe Incaricato, il nostro vecchio addetto stampa smarritosi sugli Appennini lo scorso inverno. Ho ancora qualche speranza di rivederlo sano e salvo. Ripongo la pratica nell'ultimo cassetto e mi tiro una sega sulla foto di Miss Clebbino 2004. Bandini fa finta di niente, anche quando uno schizzo gli passa a pochi centimetri dagli occhiali.
<< Sta attento >> mi dice.
Chissà che fine ha fatto Miss Clebbino 2004. Dopo l'ultima orgia aveva ferite dappertutto. Forse sono stato io, forse sono stati gli Appennini, fatto sta che è sparita anche lei. Ripongo la foto nell'ultimo cassetto, assieme alla pratica di Incaricato. Bandini è pensieroso, si alza ed esce dall'ufficio. La segretaria lo saluta dicendo << Buongiorno Ing. White! >> e poi li sento scoppiare a ridere tutti e due insieme. Guardo la statua di Bandini, quella gigantesca statua piazzata nel bel mezzo dell'ufficio. Fa caldo. Fuori dal cielo il satellite spia ci manda il segnale orario. Va tutto bene. Prendo la scimitarra e decapito la statua di Bandini con un grido, poi mi prendo un caffè, afferro un foglio e scrivo "Sono io, White."
Riavvolgimento rapido
L’altro giorno ero in fila alla cassa del supermercato. Nel cestino avevo una confezione di bustine di Pecorino in polvere, acqua in bottiglia, pane arabo sottovuoto, frutta Clebbino al gusto di Mela, detersivo per i capelli, ammorbidente per unghie. Le casse mandavano quella canzone di Biagio Antonacci che fa Sappi amore mio, che se avanza un pezzo di sto cuore è cuore tuo. La gente in fila mandava sms dai cellulari. La signora davanti a me stava mettendo la sua spesa sul nastro trasportatore, quando a un certo punto si è verificata una cosa sconcertante, il nastro trasportatore ha cominciato a girare al contrario, ritornando indietro la spesa della signora. La signora e la cassiera si sono guardate con sgomento. La signora ha provato a mettere il suo cartone di latte al centro del nastro, ma il nastro gliel’ha riportato indietro. La signora l’ha rimesso al centro del nastro, velocemente, ma prima che la cassiera riuscisse ad afferrare il cartone per passarlo sul lettore ottico, il nastro l’ha di nuovo riportato indietro. La signora allora ha provato un’altra volta a rimettere il cartone sul nastro, ma un po’ più in là, e ancora una volta il nastro che continuava a girare al contrario gliel’ha riportato in mano. La signora ha emesso un lamento, la cassiera ha detto “che strano”, io ho guardato le altre casse e anche tutti gli altri nastri giravano al contrario riportando indietro i prodotti, tutti hanno smesso di mandare sms dal cellulare, Biagio Antonacci ha cantato Te lo voglio dire io più te fa noi la somma di io distratto e tu perfetta tu. La signora davanti a me era oltremodo coraggiosa e allora ha provato un’altra volta a rimettere il cartone del latte, ma il nastro trasportatore gliel’ha praticamente sparato indietro, facendolo cadere ai miei piedi. Io allora sono indietreggiato di un paio di passi, andando a sbattere con le spalle contro uno scaffale. Mi sono girato ed era lo scaffale da dove avevo preso il detersivo per i capelli, allora istintivamente ho preso dal mio cestino il detersivo per i capelli e l’ho rimesso sullo scaffale. Un signore che era in fila dietro di me mi ha visto fare questa cosa e allora anche lui ha tirato fuori un barattolo di pelati e l’ha rimesso nel suo scaffale. Allora a poco a poco tutti quelli che erano in fila alle casse si sono girati e sono tornati indietro, rimettendo le cose a posto, e così ho fatto io. Alla fine tutti abbiamo depositato i cestini vuoti nella pila di cestini vuoti all’ingresso, ma una volta giunti alla barriera automatica dell’ingresso per uscire, questa non si apriva. In breve tempo si è formata una calca di persone che spingeva contro la barriera per uscire, e si sentivano i gemiti delle persone davanti, schiacciate contro la barriera. Ai gemiti si univa la voce di Antonacci che cantava Sappi amore mio Che brutto tempo non è sempre un temporale, che sei la pelle che ho deciso di tenere Qua tra poco nevica.
Non c'è niente da spiegare
Praticamente il protagonista va nei boschi, fa da mangiare, suona, si veste, scava le buche, guarda il lago e altre cose e poi alla fine è morto. Parla pochissimo, questa è una cosa che mi è piaciuta molto. Poi mi è piaciuto molto che anche se è il film su un musicista, di musica ce n’è davvero poca e non sempre è la sua. Quando però è lui che suona, allora in quei momenti vengono i brividi. Il resto sono rumori di fondo, auto che arrivano, clacson, telefoni che suonano, porte sbattute, televisori accesi, proprio come nella vita. Ora che ci penso mi sembra di ricordare che anche la musica è sempre un rumore di fondo: non è mai cioè nella colonna sonora, è sempre dentro al film e viene dalla televisione, o dallo stereo, o dagli amplificatori. Proprio come nella vita vera. Il protagonista cammina e borbotta delle cose, parlando da solo, ma non sempre capiamo quello che dice. Proprio come nella vita vera. Io sono contento che il regista non abbia detto: mettiamogli un microfono sotto la bocca, così capiamo cosa dice. Io sono contento che il regista non abbia quasi mai messo la telecamera davanti al protagonista, ma quasi sempre dietro, o comunque a rispettosa distanza. Io sono contento che il regista non abbia preteso di spiegare quello che non può essere spiegato perché è il mistero più grande di tutti e ognuno se lo spiega a modo suo, se ci riesce a spiegarselo. Pure Armenia alla fine era contenta, anche se eravamo tutti e due tristi, eravamo tristi ma contenti. Dopo siamo andati in pizzeria e Armenia mi ha detto che però nel film c’era un errore. Infatti a un certo punto si vede il protagonista che scrive una specie di diario, e lo scrive con la sinistra. E infatti nella realtà il protagonista era mancino. Poi però quando imbraccia la chitarra suona la chitarra come un destrorso, no come un mancino! Il film è la storia di uno che nella vita lotta per diventare morto, e alla fine ci riesce. disegno tratto da www.thesunmachine.net
Ieri sono andato con Armenia al cinema a vedere un film di cui non mi ricordo il titolo. Praticamente il protagonista ha detto Armenia che era il cantante di un gruppo che è esistito davvero, tanti anni fa, anche se nel film il cantante non si chiama come si chiamava nella vita vera, si chiama diverso.
Bandini vs Gozilla
Ieri invece sono uscito con un'altra ragazza, visto che quella di prima non faceva altro che parlarmi dei suoi ex (era arrivata appena alla lettera M dopo due settimane). Siamo andati a vedere "Bandini vs Gozilla" (un film della Bollywood indiana) e devo dire che mi è sembrato molto interessante e con una trama non del tutto scontata.
La ragazza, che si chiama Wendy, ad un certo punto si è messa a piangere per la paura (era la scena in Gozilla mozzava il secondo pene a Bandini) e mi si è buttata addosso spremendo il suo faccino contro i miei pettorali. Mentre continuava a frignare le ho messo una mano sulla testa per accarezzarla e soprattutto per farla smettere visto che, anche se eravamo praticamente soli nel cinema, la gente iniziava a lamentarsi dei singhiozzi. Quando la mia mano le poggia sul capo lei si volta a guardarmi e da dietro i suoi occhialoni riesco a cogliere un nonsoche di diabolico misto ad un'ingenuità disarmante, e d'un tratto la zip dei miei pantaloni sciola giù e con lei anche la tipa che si inginocchia in mezzo alle mie gambe. Tutto sembra promettere per il meglio quando mi sfila l'affare fuori dai pantaloni e inizia a leccarlo come se fosse un grosso leccalecca. Ok. Inizia a leccarlo come se fosse un leccalecca normale. Malgrado questo genere di prestazioni sia nuovo per me, noto che il mio apparato reagisce bene e in meno di 5 minuti la questione si risolve contro lo schienale del tipo davanti a me proprio mentre Bandini uccide Gozilla con l'ausilio di uno Spazzolino Lanciafiamme Clebbino. La ragazza, Wendy, si rialza e si accoccola di nuovo tra le mie braccia. Usciamo dal cinema e mi sento già innamorato, e più la guardo più ne sono consapevole. Ho solo un dubbio : che sia troppo giovane per me?

Ascensione, informazione, apprensione
Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita.
Le porte stanno per chiudersi quando entra una signora che non ho mai visto prima.
- A che piano, signora?
- Quarto, grazie.
- Anche io vado al quarto.
- Sì?
- Che strano. Abitiamo allo stesso piano e non ci siamo mai incontrati.
- Eh, davvero. Al giorno d’oggi si conoscono un sacco di persone dall’altra parte del mondo, e non sappiamo neanche che faccia hanno i nostri vicini di casa.
- Ma infatti…
- Oggi con Internet uno si fa un sacco di amici in giro per il mondo, si scambia le foto, parla per ore con persone che non incontrerà mai… sa cosa ho trovato ieri su Internet?
- Eccoci al piano, signora. Permesso.
- No, aspetti. Sa cosa ho trovato su Internet?
- No, non lo so signora, vogliamo uscire?
- Un blog. Quei siti che sono tipo dei diari online, capito quali? In questo qua, c’è uno che scrive degli incontri che fa in ascensore. Veramente, per la precisione, racconta che incontra sempre una signora che abita al suo stesso piano, ma che lui dice di non conoscere.
- Che coincidenza! E come finisce la storia?
- Si sente bene? La vedo un po’ pallido.
- Come finisce?
Doppia virilità per dipendenti Clebbino
Esco dalla Farmacia del Villaggio Clebbino che le due strafiche stanno ancora rivestendosi e mentre mi richiudo la patta la mia mente viene scazzottata da alcuni flash istantanei in questa successione :
- le due strafiche si tolgono il camice e sotto sono nude, e entrambi i miei membri si erigono contemporaneamente ;
- le due strafiche mi si buttano addosso e iniziano a baciarmi la fronte ;
- lentamente una delle due scivola verso il basso mentre l'altra si concentra sull'attaccatura dei capelli ;
- quella che scendeva verso il basso arriva sotto l'ombelico e sento come se il cervello mi si spezzasse in due, ma in fondo è una sensazione oltremodo piacevole ;
- iniziano a leccarmi in simultanea i due cazzi, e nell'arco di un minuto vengo da tutte e due le parti con fiotti perfettamente paralleli ;
- le due strafiche fissano un punto preciso dello scaffale e fanno "sì" con la testa, una delle due alza perfino il pollice, poi iniziano a rivestirsi e mi dicono "arrivederci".
Mi sento distrutto, è come se fossi esploso 10 volte consecutive ; ho bisogno di zuccheri, e, in preda alla confusione totale e al delirio post-orgasmico mi dirigo con passi scimmieschi verso lo Spaccio per dipendenti Clebbino. Entro, e c'è un sosia del custode del Cancello dietro alla cassa. Mi spiega che è il fratello, e in effetti è gobbo anche lui, e mi chiedo se sia mancino o no. Fatto sta che prendo due Steccalecca Clebbino dal banco frigo e vado a pagare, mi frugo nelle tasche e trovo un pezzo da 10, tutto spiegazzato e strappato lungo la verticale.
<<Ah-àh!>> fa il fratello del custode.
<<"Ah-àh" cosa?>> rispondo io, e in un battibaleno mi dice che è lui che si diverte a spiegazzare le banconote e a sputare sulle monete, lo fa da quando è nato.
<<Ma perchè??>> gli chiedo.
<<Bhe, è un modo per vendere di più. Se la gente avesse in tasca soltanto monete luccicanti e banconote nuove non spenderebbe quei soldi tanto facilmente. Le persone adorano le cose pulite e splendenti, e quando si ritrovano una moneta ossidata sono lì lì per buttarla via, e quando hanno una banconota rovinata la spendono subito per paura che si deteriori ancora di più e diventi carta straccia. Così quando i clienti arrivano da me comprano cose inutili solo per cambiare i soldi, cose che non avrebbero comprato se avessero avuto solo soldi puliti, mi danno le banconote lercie e io do loro il resto con banconote un po' meno sudicie. Così nel giro di qualche giorno me li vedo ricapitare qui e faccio affari d'oro, anche perchè il mio è l'unico negozio del Villaggio per dipendenti Clebbino.>>
<<Ma se ogni volta che un cliente torna qui lei gli dà banconote sempre meno sporche, allora prima o poi sarà costretto a dare come resto banconote nuovissime!>> ribatto io.
<<Ahahah - ride lui - nessun dipendente è mai durato così a lungo alla Clebbino>>.
Lo guardo un po', poi pago e il tizio ruota sulla sedia girevole dandomi le spalle. Esco dallo Spaccio un po' contrariato e passando davanti al gabbiotto del custode vedo che è vuoto, e mi rendo conto che in tutto questo tempo il mio secondo cazzo è sempre stato lì, nel bel mezzo della fronte, ancora barzotto.
Il sequestratore di tamagotchi
Alla mia bambola gonfiabile si è bucato un braccio e ho dovuto amputarglielo. Ho suturato la ferita con del nastro adesivo per imballaggi, non ha sofferto troppo, però sabato sera non ha voluto fare l’amore con me, forse sentiva dolore. Allora per distrarmi ho visto in tv la nuova puntata di “Criminali buffi”. Il protagonista di questa puntata era un signore che a metà anni Novanta si era specializzato nei sequestri di tamagotchi appartenenti a bambini ricchi.
Questo criminale buffo rapiva i tamagotchi in autobus, quando i piccoli rampolli tornavano a casa da scuola, li minacciava con una pistola a piombini obbligandoli a consegnargli l’amato tamagotchi. Dopodiché nascondeva i tamagotchi nel capanno degli attrezzi di casa sua e da quel momento iniziava un’estenuante trattativa con le famiglie tenutarie dei tamagotchi. Scriveva lettere minatorie con messaggi del tipo “Se non mi consegnate 50 milioni di lire entro la fine del mese rimpinzerò il tamagotchi di caramelle fino a che non morirà di maldipancia” oppure “Sono già dieci giorni che non pulisco il tamagotchi dopo che ha fatto la cacca e ora si è preso un’infezione. Procuratevi subito 100 milioni di lire o il mostriciattolo si ammalerà gravemente”, eccetera. Di solito le famiglie dei piccoli tutori dei tamagotchi pagavano nel giro di poche settimane e non avvertivano mai la polizia, perché si vergognavano. L’eccellente carriera del sequestratore di tamagotchi è però finita qualche anno dopo. “Sono diventato vittima della sindrome di Stoccolma, che di solito colpisce i sequestrati e invece in questo caso ha colpito me” ha spiegato all’intervistatore il criminale buffo, ora in carcere. “All’inizio ero sadico con quei pulcini alieni, quando mi rompevano le palle perché volevano mangiare o giocare li nutrivo fino a farli quasi scoppiare oppure quando si addormentavano non gli spegnevo mai la luce della cabina-uovo. Poi piano piano mi sono affezionato. In fondo non avevano scelto loro di venire sulla terra. Un giorno terrestre per loro equivale a un anno di vita, questa cosa mi spezzava il cuore. Anche io in fondo mi sento solo, nessuno mi ha mai coccolato pulito quando facevo i bisogni giocato con me facendomi vincere apposta.”
Alla fine il sequestratore rapiva i tamagotchi e non li restituiva più, li teneva per sé. La notte non chiudeva più occhio perché aveva centinaia di pulcini alieni da accudire, fino a che il vicino del criminale buffo non si è insospettito per tutti quei pigolii elettronici che venivano dal capanno degli attrezzi e così ha chiamato la polizia che ha scoperto il misfatto. “Adesso che sono in galera anche per me ogni giorno di vita sembra lungo un anno, sono diventato un tamagotchi” ha detto il criminale buffo, ed è scoppiato in lacrime davanti alle telecamere. Io non sapevo se piangere o ridere e allora sono andato dalla mia bambola gonfiabile e le ho fatto una carezza, poi ho spento la luce.




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