Luglio 2005

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Archivio Luglio 2005

Questioni planetarie abbastanza cruciali

by blogghino (28/07/2005 - 16:35)

L’altra notte ero nella saletta bar del Reparto Entropia con Penelope 8. O forse era Penelope 7. Vabè diciamo che ero con Penelope 8, in fondo sono solo numeri e non è importante ai fini del discorso. Faceva caldo e il condizionatore sparava aria gelida sui nostri 12 e 23, che sono i numeri delle bibite che avevamo preso alla macchinetta distributrice di bevande calde. Sorseggiavo il mio 12 ed esponevo a Penelope 8 una mia riflessione circa la telefonia mobile nel suo rapporto col mondo.

 

Allora praticamente c’è in televisione questa testimonial dei telefonini che si chiama Mega qualcosa, non mi ricordo mai. Si vede Megaqualcosa sulla sommità di un meraviglioso grattacielo che si sporge sulla città coi suoi meravigliosi palazzi e grattacieli e telefona o invia un sms. Oppure Megaqualcosa cammina per strade ordinate e pulite, e tutto intorno ci sono ragazzi coi vestiti della domenica tutti sorridenti che telefonano e inviano sms e scattano fotografie col cellulare. Oppure Megaqualcosa è al mare, il mare è azzurrissimo e la spiaggia è meravigliosa, hai presente?, Megaqualcosa fa i girotondi con ragazzi e ragazze che divertiti e sorridenti scattano fotografie con il cellulare e inviano e ricevono sms e fanno telefonate. Poi, sempre la televisione, ha fatto vedere le immagini di un posto di vacanza sbudellato dalle bombe. Macerie, vetri rotti, palazzi crollati, auto accartocciate, pozze di sangue, fumo nero,, e in mezzo a tutto questo c’erano uomini e donne, ragazzi e ragazze che si facevano le foto col cellulare, con dietro le macerie i palazzi spaccati le macchine bruciate. Capisci cosa voglio dire? Ma come, quando c’è Megaqualcosa che si fa le foto con il cellulare i palazzi sono meravigliosi e tutti hanno il vestito della domenica e sorridono e sono felici, uno compra il cellulare perché così il mondo è pulito e meraviglioso e vuole essere felice col suo vestito della domenica,, e invece poi si ritrova in mezzo al caos agli attentati terroristici e gli tocca farsi le foto con il cellulare tra le macerie e i morti e i feriti. È evidente che c’è qualcosa che non va, è evidente che questi cellulari non funzionano come dovrebbero, non ti permettono affatto di farti le foto circondato da ragazzi e ragazze felici e sorridenti coi capelli sempre mossi dal vento ma ti tocca farti le foto in posti dove tutto è sfasciato e la gente ha la faccia della disperazione. Allora io voglio scrivere una lettera a Megaqualcosa e dirle: Megaqualcosa, fateli meglio questi cellulari del cazzo. Che ne pensi?

 

Penelope 7 o 8 ha bevuto un sorso del suo 23, poi ha preso il telecomando del condizionatore.

- Penso che fa caldo – ha detto -, e quindi alzo l’aria condizionata. Ogni giorno fa più caldo. Ogni anno questo pianeta del cazzo si scalda. E allora io alzo l’aria condizionata. Il pianeta fa ancora più caldo? E io la alzo un altro po’. La temperatura aumenta un altro po’? E sai che faccio io?

- Alzi l’aria condizionata.

- Alzo l’aria condizionata. E se il pianeta si scalda ancora, l’uomo costruirà condizionatori più potenti e io alzerò ancora l’aria condizionata. Dicono che più si usa aria condizionata e più si consuma elettricità, più si consuma elettricità e più l’aria si scalda, è un circolo dicono. Non importa, alzo l’aria condizionata. Il pianeta si scalda ancora? Io alzo ancora. Indovina chi vince?

- Tra chi?

- Indovina chi vince? Tra me e il pianeta?

Ci penso un attimo.

- Il pianeta?

- Ma quale pianeta del cazzo. Io, vinco. Io lo faccio scoppiare, questo pianeta caldo del cazzo.

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Vicissitudine durante una delle tante consegne

by blogghino (25/07/2005 - 17:57)

Oggi mentre consegnavo una pizza con lo scooter ho preso una crepa piuttosto grossa dell’asfalto e sono caduto. Non mi sono fatto molto male, mi sono solo sgramato le mani e una signora che assomigliava a mia nonna mi è corsa incontro agitando la borsetta come un’arma medievale e urlando mioddio mioddio è morto.

Mi sono alzato in piedi dicendo non è niente signora, solo qualche graffio.

Mioddio mioddio come qualche graffio, sei coperto di sangue.

Avevo la maglietta imbrattata del pomodoro di una delle tre pizze margherita che stavo portando e la signora l’aveva scambiato per sangue. Le pizze erano tutte uscite dai cartoni e s’erano andate a spiaccicare sull’asfalto come dei dischi volanti flosci.

Non è sangue signora, è pomodoro. Pomodoro delle pizze, ho detto alla signora.

A me la pizza al pomodoro non mi piace, ha detto la signora. La preferisco bianca con la mozzarella.

Tanto non era per lei, signora.

Certo che no. Se era per me, tu a quest’ora non saresti coperto di pomodoro che sembra sangue. Al massimo eri coperto di mozzarella e io non mi spaventavo a morte.

Era meglio signora in effetti, sì. Grazie per il fatto di consumare pizza senza pomodoro.

Le pizze ormai erano andate. Lo scooter era disteso da una parte della strada e la ruota ancora girava fischiando sull’asfalto, la manopola dell’acceleratore era bloccata. C’era puzza di gomma bruciata e mi girava la testa. Una macchina è sfrecciata schiacciando una delle pizze, che ha sparato pomodoro su un mucchietto di margherite al margine della carreggiata. Allora ho rimesso in piedi lo scooter, ho strappato tre delle margheritine schizzate di pomodoro, ho salutato la signora che ha attraversato la strada traballando sui tacchi e sono partito.

Arrivato sotto casa del mio cliente ho suonato il citofono, ho detto RapidoPizza e sono salito.

Un ragazzo aspettava sulla soglia, un ragazzo dai grossi bicipiti color tabacco.

Che cazzo ti è successo, ha chiesto.

Sono caduto con lo scooter.

Dove sono le pizze, ha detto. Era una domanda, ma l’intonazione era quella di un ordine.

Gli ho porto i fiori che avevo raccolto sul ciglio della strada.

Ecco qua, ho detto, tre margherite.

Mi prendi per il culo, ha detto. E contemporaneamente ho visto un guizzo dei bicipiti.

Sono caduto con lo scooter.

È uno scherzo.

No, guarda le mie braccia. Sono tutto sgramato.

Fissandomi ha preso allora le margherite schizzate di pomodoro. Ne ha morsa una e ha ruminato un po’.

Fa schifo, ha detto. E poi non c’è la mozzarella. Ora muori, ha detto.

Mi ha dato un grosso spintone e io sono finito lungo sul pianerottolo. Le mattonelle erano fresche e ho visto una formica passarmi davanti alla faccia, camminando lungo una guida. Muoveva le antenne furiosamente e mi ha fatto pensare alla signora che ruotava in aria la sua borsetta.

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Il mare nel bicchiere

by blogghino (20/07/2005 - 11:59)

Penelope 1 ci ha detto che si può sentire il mare dentro ai bicchieri di plastica dell’erogatore di acqua della saletta bar del Reparto Entropia, come con le conchiglie. Così adesso tutti teniamo sulla scrivania della nostra postazione un bicchiere di plastica e ogni tanto lo accostiamo all’orecchio e chiudiamo gli occhi e ascoltiamo il rumore del mare di plastica e ci sentiamo in vacanza.

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Ascensione, digressione, carnevalizzazione

by blogghino (12/07/2005 - 12:57)

Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita.

Il primo ascensore per passeggeri fu realizzato nel 1857 a New York, all’interno dell’Haughwout Building. Progettato e installato da Elijah Armstrong Otis, era alimentato a vapore e saliva quattro piani al minuto. Io abito al quarto piano. Ci avrei messo un minuto a salire. L’Haughwout Building era la sede espositiva delle pregiatissime porcellane e cristallerie Haughwout. Tra i clienti più famosi c’erano Lincoln e lo zar di Russia. Magari Lincoln e lo zar di Russia si sono ritrovati a salire in quell’ascensore. Che cosa si saranno detti?

Le porte stanno per chiudersi quando all’ultimo momento entra una signora che non ho mai visto prima.

- A che piano, signora?

- Quarto, grazie.

- Il mio stesso piano.

- Il suo stesso piano.

- Se questo fosse il primo ascensore costruito nel 1857, ci metteremmo un minuto per arrivare al quarto piano.

- Dio me ne guardi. Ho paura di quello che potrebbe succedere in un minuto.

- Noi ci conosciamo?

- Di vista. Abitiamo allo stesso piano.

- Ma io non mi ricordo assolutamente. Che strano, eh?

- Però si ricorda che il primo ascensore fu costruito nel 1858, vedo.

- Nel 1857.

- Nel 1857. Siamo al piano. Arrivederci.

- Cioè Lincoln probabilmente si è trovato a salire su quell’ascensore, sa?

- Mi fa uscire? Permesso, permesso.

- E pure lo zar di Russia.

- E magari abitavano allo stesso piano, eh?

- Facciamo che io sono Lincoln e lei la zarina?

- Niet.

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Lord of Clebbino

by blogghino (10/07/2005 - 21:24)

 

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Insanabili interstizi

by blogghino (04/07/2005 - 15:33)

Ho accompagnato mio padre dal ferramenta. Mentre saliva in macchina, mi ha detto che non c’è bisogno che io lo accompagni ogni volta. Che lui ha piacere di fare due passi. Non c’è problema, gli ho detto. Tanto devo comprare anche io delle cose dal ferramenta. Ha fatto un sospiro e non ha detto più niente. Dal ferramenta mio padre ha comprato delle fascette stringitubo e fino a qua niente di speciale. Poi però ha chiesto al commesso un cavo sturatore per i tubi. Il commesso ha tirato fuori una specie di cavo d’acciaio arrotolato.

- Questo è tedesco, in acciaio galvanizzato. Indistruttibile – ha detto il commesso.

- Quanto è lungo? Devo sturare lo scarico della vasca da bagno e l’acido non è servito a niente.

- Questo è da 5 metri, ma c’è anche da 10.

- Prendo quello da 10.

Io ero allibito. Quel cavo era magnifico. Un’autentica arma non convenzionale. Dovevo trovare qualcosa di più potente.

- Dica – ha detto il commesso rivolto a me. Io ho percepito lo sguardo grave di mio padre su di me.

- Oh, io. Vorrei un, avrei bisogno di una pistola per schiuma poliuretanica.

Il commesso è andato a uno scaffale alle sue spalle. Mio padre ha sospirato.

- Questa ha l’adattatore universale – ha detto il commesso mettendo un aggeggio sul tavolo, una specie di pistola laser aliena – va bene per tutte le bombolette di schiuma. Guarnizioni di tenuta in Teflon. Adattatore e spillo pure rivestiti in Teflon. Valvola unidirezionale in acciaio.

- Benissimo. Proprio quella che cercavo.

- E la schiuma ce l’ha?

- La schiuma poliuretanica? Certo.

Siamo usciti dal ferramenta e siamo saliti in macchina. Mio padre non diceva niente.

- Devo tamponare degli interstizi – ho detto per giustificare il mio acquisto.

- Certo – ha detto mio padre.

Dopo aver riaccompagnato mio padre, sono tornato a casa con la mia pistola per schiuma poliuretanica. Naturalmente non avevo nessuna bomboletta di schiuma poliuretanica da innestarci, e allora ho cercato tra le bombolette che avevo. Ne ho trovata una di schiuma per i capelli. Togliendo il dispenser di plastica, sono riuscito con qualche difficoltà a fissare la bomboletta alla pistola. Poi davanti allo specchio mi sono sparato in testa la schiuma per i capelli. Poi mi sono fatto una cresta di capelli, come i punk. Bene: e ora?

Sono corso al frigo e ho trovato una bomboletta di panna spray. Ho tolto dalla pistola la bomboletta di schiuma per i capelli e l’ho sostituita con la bomboletta di panna, dopo aver tolto il dispenser di plastica. Devo dire che l’adattatore universale della pistola era veramente universale, perché andava bene anche per la panna spray. Dall’armadio ho tirato fuori Giselle, la mia bambola gonfiabile, afferrandola per il collo. Giselle non ha detto niente del mio nuovo taglio di capelli. Le ho puntato la pistola per schiuma poliuretanica modificata con panna spray in faccia, e ho urlato:

- Gira voce che mi tradisci con il dottor White. È vero che mi tradisci con il dottor White? Io ti ammazzo, prostituta di plastica!

Giselle non osava dire niente. Ho abbassato la pistola e alla fine gliel’ho puntata nella fica e ho cominciato a spararle panna spray nella fica.

- So benissimo che sei allergica alla panna. Confessa, se non vuoi morire.

È suonato il telefono. Era mio padre.

- Che stai facendo?

- Sto tamponando interstizi.

- Sei sicuro di saper usare quell’affare? Non sono tranquillo. Ho paura che stai facendo una delle tue cazzate. Se vuoi vengo a darti una mano.

- Meglio di no, credimi. Va tutto bene, non preoccuparti. Non ti fidi di me?

- Per niente.

- Se ho bisogno ti chiamo.

- Ti saluta la mamma. Dice quando vieni a pranzo da noi.

- Uno di questi giorni. Ho l’interstizio a metà, devo andare.

- Vai, vai.

Sono tornato da Giselle. Perdeva panna spray dalla fica. Mi veniva da piangere. Mi sono ficcato la pistola in bocca e ho sparato.

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