La mia prima riunione nella Sala Incubatrice
Da quando sono stato promosso al Reparto Creazione mi tocca lavorare di giorno e così non ho più molto tempo per scrivere i post per Blogghino, anche perché devo creare. E' il mio lavoro. L'altro giorno c'è stata la prima riunione nella sala riunioni che si chiama Sala Incubatrice. Alla riunione eravamo in cinque, c'era il Capo del Reparto Creazione e poi c'ero io e altri tre creatori creativi.
Ci siamo seduti attorno a un tavolo, ognuno di noi aveva un foglio A4 bianco e una matita Faber-Castell, perché le matite Faber-Castell sono fighe. Ad esempio al Reparto Entropia mica ce le hanno le matite Faber-Castell, si vede proprio che sono salito di livello. Il capo stava videogiocando con il suo cellulare. Il primo creativo stava mangiando patatine Clebbino: prendeva una patatina, la teneva tra due dita come un'ostia, la girava e la rigirava guardandola con ammirazione, se la metteva in bocca, e così via. Il secondo creativo aveva appoggiato la mano sinistra sul foglio A4, con il palmo girato sul foglio e le dita bene aperte, e con la matita Faber-Castell nell'altra mano stava tracciando sul foglio il contorno della sua mano sinistra. Il terzo creativo mi stava fissando.
Dopo dieci minuti così, io ho chiesto cosa volevamo fare.
- Che vogliamo fare? - ho detto infatti.
Il capo, senza smettere di videogiocare, ha detto, rivolto agli altri, "lui è quello nuovo" e ha fatto un ghigno.
- Queste le ho create io - ha detto il primo creativo, passandomi una patatina Clebbino.
Ho preso la patatina e l'ho mangiata.
- Molto croccante - ho detto, come per fare un complimento.
- CROCCANTE! - ha ripetuto il creativo che mi stava fissando, e ha scritto CROCCANTE sul suo foglio - Molto bravo, davvero molto bravo.
Il capo ha fatto un ghigno.
Sono passati altri cinque minuti.
- Che vogliamo fare? questa è già la riunione? - ho chiesto.
- Crei - mi ha detto quello che mi fissava. Secondo me aveva preso una pasticca NonCiPensare Clebbino.
- Che cosa devo creare? - ho chiesto.
- Qualunque cosa - ha detto il secondo creativo, contandosi le dita della mano e poi contando le dita che aveva disegnato sul foglio.
- Qual è il progetto? - ho chiesto.
- Non dobbiamo progettare Bandini - ha detto il capo, senza staccare gli occhi dal telefonino - mica siamo il Reparto Progetti. Dobbiamo creare.
A quel punto il primo creativo ha staccato un post-it dal blocchetto di post-it al centro del tavolo e se l'è appiccicato in fronte.
- Geniale! - ha detto il creativo che fino a quel momento mi aveva fissato.
- Post-it in fronte.... post-it in fronte.... post-it in fronte - ha cominciato a ripetere come in trance quello che aveva disegnato la sua mano, facendo scarabocchi sul suo foglio.
Il cellulare del mio capo ha emesso una musichetta definitiva, di scherno.
- Porcodio, sono morto - ha detto il capo, sbattendo il cellulare sul tavolo.
Allora ho fissato il foglio bianco. Ho preso la matita in mano. Ho disegnato un cerchio al centro del foglio. Poi un cerchio vicino, ma più piccolo. Ho tracciato una linea secante dal primo al secondo cerchio. Cazzo, è difficilissimo creare. Mi stava facendo male la testa. Ho scritto la parola TESTA dentro al primo cerchio. Una faccia! Ho disegnato un corpo schematico attaccato al cerchio più grande. Ero nel pallone. Ho guardato il capo, mi stava fissando con cipiglio severo. Ma forse non mi stava guardando davvero, forse stava creando.
Mi sono alzato in piedi, tutti mi hanno fissato.
Ho preso la matita Faber-Castell.
- La matita è gialla - ho detto - il giallo della matita. Il giallo del giallo della matita.
- Cristo - ha detto il creativo che era solito fissarmi.
Ho cominciato a masticare la matita.
- Cristo. Sta mangiando il giallo della matita. Sta mangiando il giallo. Geniale - ha detto il creativo che mi stava fissando.
Ho staccato un pezzo della matita, l'ho masticato e l'ho ingoiato. Sapeva di bosco e di scuola elementare.
- HA INGOIATO IL GIALLO! - ha detto il creativo della mano, e ha preso a scribacchiare sul suo foglio, bofonchiando "giallo giallo giallo giallo in te, giallo in lui, giallo in noi"
- Cosa cazzo stai facendo, Bandini - ha detto il capo, severo.
- Shto hrweanho - ho detto.
- Che cosa?
Ho ingoiato un altro pezzo di bosco e scuola elementare.
- Sto creando - ho detto.
Il capo mi ha guardato di traverso, torvo.
- Stai mangiando una matita, coglione. Forse è meglio andare in pausa pranzo.
Erano le dieci di mattina. Siamo andati in pausa pranzo.
Ho la voce fuori campo
Armenia una volta mi ha spiegato che quella voce che nei film parla ma non viene dalle immagini che si vedono, ma è mettiamo la voce dei pensieri del protagonista, o magari di un narratore esterno alle vicende di cui si vedono le immagini, quella voce si chiama voce fuori campo.
L'altro giorno ero in pizzeria, stavo seduto vicino all'ingresso col casco sulle ginocchia, guardavo la televisione con l'audio azzerato che mostrava le immagini di commercianti che protestavano credo per la primavera in ritardo, aspettavo che ci fosse qualche pizza da consegnare, sostanzialmente mi annoiavo.
E allora niente, mi sono messo a fare la voce fuori campo.
"Era uno di quei giorni di calma estrema, in cui il telefono in pizzeria taceva, la televisione mandava immagini di proteste e violenza, i clienti scarseggiavano e tutto sembrava in attesa di qualcosa di inaudito ed estremo".
- Con chi ce l'hai, Bandini? - ha detto Lacazza, il pizzaiolo, sfregandosi le mani infarinate.
- Non ho parlato - ho detto.
"Fu Lacazza, il pizzaiolo, a spezzare quel silenzio intollerabile".
- Cos'è che ho spezzato? - ha detto Lacazza.
- E che ne so io? - ho risposto.
Bilal Fefeni è passato lanciandomi uno sguardo e scuotendo la testa.
- Hai detto che ho spezzato qualcosa, Bandini. Ti ho sentito, non prendermi per il culo - ha detto Lacazza.
- Io non ho parlato.
- Ah non hai parlato? Allora vuoi dire che sono diventato matto?
- Non ero io a parlare. Era la voce fuori campo.
- Sei tu che sei fuori campo, Bandini. Anzi, sei fuori e basta, cazzo.
"Lacazza si stava innervosendo".
- A chi l'hai detto adesso? - ha urlato Lacazza.
- Non ho parlato.
- Piantala con le cazzate, hai appena detto davanti ai miei occhi che mi stavo innervosendo!
- Era la voce fuori -
- E' uno dei tuoi soliti giochetti vero? A chi hai detto che mi sto innervosendo? Con chi hai parlato? Con Bilal?
- Fuori campo. La voce fuori campo.
"Stava per succedere qualcosa di tremendo".
- L'HAI DETTO BANDINI, STA PER SUCCEDERE CHE TI SPACCO QUELLA TESTA DI CAZZO VEDRAI SE NON LO FACCIO
- Che succede qua?
"A quel punto arrivò Gina Cecioni, la moglie del proprietario. Le cose stavano per precipitare"
- Chi è che precipita? - ha detto Gina, guardandomi.
- Parla da solo, prende per il culo, è matto suonato - ha detto Lacazza, maciullando con le mani l'impasto di pizza.
"Che ci facevo lì?"
- Lì dove? Dov'è che eri? - ha detto Gina.
- Non ero io a parlare, era la voce fuori campo - ho detto.
- Capito, sta facendo finta che non è lui a parlare, Gina me lo licenzi mi faccia questo piacere, io non lo posso più vedere - ha detto Lacazza.
- Ma non ci vai mai al cinema, Lacazza? - ho detto.
- Uh, ancora la voce fuori campo, attenzione! - ha detto Lacazza facendo la voce buffa.
- Non era la voce fuori campo questa, ero io - ho detto.
Gina Cecioni mi ha messo in mano un cartone con una pizza dentro.
- Tieni Jimmy, vai a consegnare questa - ha detto.
- Ma non è arrivata nessuna chiamata. A chi la consegno? - ho detto io.
- Consegnala a chi ti pare. Vai, vai! Vatti a fare un giro!
"Stavano diventando tutti pazzi"
- CHI E' CHE STA DIVENTANDO PAZZO? CHI? - ha urlato Lacazza.
Mi sono infilato il casco e sono uscito con la pizza in mano, pensando che tanto prima o poi lo mollo questo lavoro del cazzo.
"Fuori il sole stava tramontando. Presto la gente sarebbe rientrata a casa. Avrebbe aperto il frigo. Lo avrebbe trovato vuoto. E allora avrebbe chiamato RapidoPizza. Per gli altri la giornata volgeva al termine, ma per me stava appena iniziando. Ma un giorno o l'altro l'avrei lasciato, questo lavoro del cazzo".
Ascensione, confusione, permissione
Entro in ascensore, mi giro verso l’uscita.
Le porte stanno per chiudersi quando all’ultimo momento penetra nell’abitacolo dell’elevatore meccanico una donna.
- A che piano, signora?
- Quarto, grazie.
- Quarto piano? Per caso viene a casa mia?
- Veramente no, vado a casa mia. Magari è lei che viene da me?
- Cioè lei abita in questo condominio?
- Mh.
- Abitiamo allo stesso piano?
- Eh.
- Abitiamo allo stesso piano e non ci siamo mai visti prima? Strano.
- Dipende.
- Che cosa, dipende?
- Dipende che cosa intende lei per strano.
- Che cosa intendo io per… come sarebbe scusi?
- Dal mio punto di vista, per esempio, è strano il fatto che lei non si ricordi mai di avermi già incontrato, in ascensore. E non una. Non due. Innumerevoli volte.
- Dipende.
- Che cosa, dipende, santo dio?
- Dipende che cosa intende lei per ascensore.
- Ma che diavolo dice? Siamo al piano.
- Chissà in quale ascensore lei crede di avermi già incontrato.
- Ma la pianti! E mi faccia uscire.
- Non sono io che non la faccio uscire! È lei che non vuole passare sul mio corpo!
- Permesso, permesso, permesso!!!
(l'immagine dell'ascensore è di Aidoru)
In questi giorni si parla molto di elezioni e di programmi elettorali. Nel 1979 Jello Biafra, allora leader dei Dead Kennedys, leggendaria band punk e hardcore di San Francisco scioltasi poi nel 1987, si candidò alla carica di sindaco della città. I Dead Kennedys furono autori di canzoni come “I kill children” e “California Uber Alles” e “Holiday in Cambodia”. Vorrei che da noi si parlasse un po’ più di programmi elettorali. Secondo la leggenda, Jello Biafra avrebbe steso la brutta copia del suo programma elettorale a un concerto dei Pere Ubu, durante una pausa. Vorrei che i nostri candidati alle elezioni prendessero spunto da alti esempi morali e comportamentali quali nel suo piccolo Jello Biafra, il quale, quando gli chiesero se stesse usando le elezioni come mezzo per fare pubblicità ai Dead Kennedys, rispose “oh no, i Dead Kennedys sono un mezzo per farmi eleggere sindaco. Dovrebbe risultare ovvio a chiunque”. Con una campagna elettorale costata solo 400 dollari, Jello Biafra raccolse 6000 voti a favore arrivando quarto. Questo di seguito è il programma con il quale si presentò alle elezioni.
Lo spirito di San Francisco non deve essere distrutto in nome dell’ordine, della legalità e dei dollari dei turisti. L’amministrazione in carica vuole “ripulire” la città. Essa sostiene spudoratamente il capitale mentre le forze creative che mantengono viva la nostra città vengono sempre più insistentemente perseguitate dalla legge. San Francisco è forse destinata a diventare un’altra fredda ed efficiente città americana? No, se faremo sentire chiara e forte la nostra opposizione.
Trasporti di massa: è venuto il momento di vietare la circolazione delle automobili in città. Il potenziamento del servizio pubblico e il lancio, con l’aiuto dell’industria privata, di una moda della bicicletta dovrebbero garantire il funzionamento regolare di ogni attività. I veicoli commerciali potranno continuare ad operare provvisti di speciale permesso e rimarranno aperte le autostrade intercomunali.
Miglioramento dei rapporti tra polizia e cittadini: è ora che la polizia e i cittadini si conoscano. Tutti gli ufficiali di polizia dovranno venir confermati dai cittadini attraverso delle elezioni da svolgersi ogni quattro anni. Inoltre ogni due anni metà delle forze di polizia dovranno assoggettarsi ad un voto di fiducia, come avviene per i giudici, espresso dagli abitanti dei quartieri che pattugliano.
Combattere il crimine: qui non siamo a Houston, nel Texas. Sono stati spesi, inutilmente, tempo e soldi per far rispettare leggi obsolete e per combattere crimini senza vittime. Invece di continuare con i raid nei club e con gli arresti per droghe leggere e prostituzione si dovrà considerare prioritaria la repressione del crimine organizzato e del “crimine bianco”. La Buoncostume dovrà essere abolita.
Giustizia uguale per tutti: il carcere cittadino è sovraffollato e il vitto è scadente e scarso. La prigione dovrà essere trasferita al Sunol Valley Golf Club dove tutti i carcerati potranno mangiare bene ed imparare a condurre una vita produttiva come è avvenuto per Dan White (White uccise nel ‘78 il sindaco di San Francisco e un supervisore gay perché disprezzava gli omosessuali, e fu condannato ad una pena mite) e i criminali del Watergate.
Mai più governi a porte chiuse: invece di trattare accordi in privato Jello Biafra terrà delle aste pubbliche per vendere le alte cariche dell’amministrazione cittadina. Inoltre verrà creata una Commissione per la Corruzione che stabilirà pubblicamente le tangenti da pagare per ottenere l’appoggio dell’amministrazione per esenzioni dal piano regolatore, appalti ecc.
I diritti degli inquilini: verrà legalizzata, per le persone a basso reddito, l’occupazione delle case sfitte usate dai proprietari per la riduzione delle tasse. Inoltre tutti gli affitti dovranno essere riportati ai livelli precedenti la Proposition 13 e poi ulteriormente ridotti del 10%. Questa ulteriore riduzione servirà a compensare l’aumento voluto dai proprietari per favorire l’approvazione della Proposition 13.
La pulizia di Market Street: l’amministrazione in carica vuole "ripulire" Market Street (la via centrale di San Francisco dove si trova il centro degli affari e l’ambiente della piccola malavita). Noi crediamo che l’approccio usato sia errato e proponiamo che i titolari degli uffici indossino vestiti da clown durante l’orario di lavoro dalle 9 alle 17.
Basta con il deterioramento della città: Se vogliamo combattere il deterioramento della città bisogna cominciare dal Pier 39 (il Molo 39, una specie di centro per turisti con negozi, ristoranti, ecc.). Sarà distrutto, poiché dannoso per la città, dalla popolazione di San Francisco durante una festività appositamente dichiarata.
Ricostruire lo spirito comunitario: Perché non alleviare la tensione esistente in città costruendo ovunque statue di Dan White? Il Dipartimento Parchi Pubblici potrebbe quindi vendere uova, sassi e pomodori con cui bersagliare le statue.
Acquario aziendale
- Vede Bandini, lei non può rimanere al Reparto Entropia. Lei ha violato il Giorno della Rivincita. C’è solo un modo per aggirare questa violazione. Questo modo è promuoverla. Così la sua violazione viene, diciamo così, riassorbita. - Riassorbita. - Riassorbita. - Riassorbita. - Bella parola, eh? La ripeta, la ripeta Bandini. - Riassorbita. Riassorbita, Riass- - Adesso basta. Congratulazioni, Bandini. Mi raccomando, crei. Crei. - Creo. - Crei. - Non so se… - Le ho forse detto: sappia? - Eh? - Lei ha detto che “non sa se”. Ma io le ho detto: sappia? - No. - Bravissimo Bandini. Io non le ho detto: sappia. Io le ho detto: crei. - Creo. - Congratulazioni, Bandini. Vada ora, vada. Mi sono alzato per andarmene. Mi sembrava di pesare una tonnellata. - Un’ultima cosa, Bandini. - Sì? - Vede questo alluce? – ha detto agitando allegramente l’alluce del piede destro, sopra la scrivania. Annuii col capo. - Mi può fare un favore personale? - Creo? Il capo ha riso. - Non ora, Bandini. Crei più tardi. Ora vorrei che me lo succhiasse. Ho guardato il capo. Il capo ha riso di nuovo. Aveva il viso tutto rosso, sembrava drogato. - Ma che cos’ha capito, Bandini. Il dito. Vorrei che mi succhiasse il dito. Coraggio. Mi sono avvicinato alla scrivania. L’alluce roteava, sembrava una creatura indipendente dal corpo del mio capo. Senza usare le mani ho aperto la bocca e ho chiuso le labbra sull’alluce del capo, che ha chiuso gli occhi per un istante. - Lo ciucci – ha sussurrato. Ho tirato un paio di succhiotti. - E adesso vada. - Arrivederci. - Vada. Via, via. Fuori dai coglioni.
Sono uscito dall’ufficio e sono andato al distributore automatico di snack per mettere qualcosa in bocca, una caramella, una gomma, qualsiasi cosa. Il pesce color ruggine era fermo al centro dell’acquario e il suo stronzo filiforme aveva la forma di un punto interrogativo rovesciato.
Stamattina sono stato convocato dal mio capo, ero convinto che mi avesse fatto chiamare per licenziarmi, dopo quello che ho combinato nel Giorno della Rivincita. Mentre aspettavo che mi ricevesse sono stato a guardare i pescetti nell’acquario. Ce n’era uno color ruggine che portava a spasso la sua merda filiforme. Dev’essere terribile restare attaccati alla propria merda per così tanto tempo. Si tratta indubbiamente di una grande prova di umiltà da parte della fauna acquatica di quel tipo.
La segretaria del mio capo mi ha detto che il mio capo mi stava aspettando nel suo ufficio e così sono entrato.
Permesso, ho detto entrando. Ma il mio capo non era dietro la scrivania. Egli era in piedi al centro della stanza, in completo grigio ma a piedi nudi, sul parquet, che eseguiva complicate figure credo di tai chi, muovendosi lentamente.
Permesso?, ho ripetuto. Il mio capo mi ha fatto cenno di fare silenzio, e poi mi ha fatto capire a gesti che dovevo unirmi a lui negli esercizi di tai chi. Mi sono messo al suo fianco e ho cercato di fare i suoi stessi movimenti, goffamente. Siamo rimasti per minuti interminabili in equilibrio su un solo piede, come delle gru spastiche, fino a quando io non ce l’ho fatta più e sono crollato. Allora il mio capo ha riso, si è andato a sedere dietro la scrivania e mi ha fatto cenno di sedermi.
- Dunque, caro Bandini. Ho qua un rapporto del Responsabile delle Risorse Umane circa il suo comportamento nel Giorno della Rivincita – ha detto, e poi mi ha guardato in silenzio. Io ho guardato lui. Siamo rimasti in silenzio e immobili per almeno sette minuti, senza smettere di fissarci. Potevo vedere il pulviscolo atmosferico galleggiare nel cono di luce proveniente dalla finestra.
- Sono licenziato? – ho chiesto allora.
Sono passati altri tre minuti. Ho pensato al pesce e alla sua piccola zavorra di merda.
- “Bruto”, eh? “Bruto”. Ahahaha. “Bruto”. Quoque tu, Bruto, ahah – ha detto il mio capo, lisciandosi la cravatta. – Quello che non capisco – ha aggiunto – è cosa c’entri il figlio di Cesare in questa storia.
- Io… - ho detto.
- Lei non è licenziato, Bandini. Lei ha avuto del fegato a ribellarsi così nel giorno della Rivincita. Lei è promosso. Al Reparto Creazione. Lei è stato creativo, e io la promuovo al Reparto Creazione. Abbiamo bisogno di creativi con del fegato.
- Veramente, io mi trovo bene al Reparto Entropia, mi piace lavorare di notte.
Il mio capo si è disteso sullo schienale della sua poltrona, allungando le gambe e i piedi nudi sulla scrivania, proprio davanti alla mia faccia.




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