Togliti quello che non hai
Stamattina sono stato per tutto il tempo con un post-it nero attaccato in fronte, fino a cinque minuti fa, quando l’addetto alla sostituzione dei boccioni dell’acqua non mi ha detto guardi che ha un post-it nero attaccato in fronte. Fino a quel momento non me ne ero assolutamente accorto. Mi sono toccato la fronte ed era vero, c’era un post-it nero attaccato, chissà come c’era finito,, non me n’ero assolutamente accorto. Chissà da quanto tempo ce l’avevo. E pensare che nessuno dei miei colleghi e neanche le impiegate o la segretaria del mio capo mi hanno detto niente. Bastardi. Ah che belli che erano i tempi del Reparto Entropia, lì con le altre Penelopi ci dicevamo le cose in faccia anche le più spiacevoli, tipo i brufoli o i nei che prendevano colorazioni strane, e poi come mi manca la pausa delle undici di sera con la pizza di RapidoPizza che ci facevamo portare che aveva lo stesso sapore del cartone che le conteneva, e io che chiedevo a Penelope 3 ma non ti fa schifo questa pizza?, e lui che rispondeva con un’altra domanda, rispondeva “Perché invece le merendine del distributore automatico di snack ti sembrano più buone?” e Penelope 5 a quel punto scoppiava sempre a ridere, con quella sua risata tutta aria e niente voce, sembrava il rumore di quando escono le fotocopie.
Che coglioni.
Ascensione, supposizione, derisione
Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita.
- A che piano, signora?
- Quarto, grazie.
- Anche io vado al quarto. Abitiamo allo stesso piano. Ma guarda che strano.
- È così strano che abitiamo allo stesso piano?
- No, è strano che non ci siamo mai incontrati prima, no?
- Magari ci siamo già incontrati.
- E dove?
- Magari proprio in ascensore. Solo che con tutta la gente che prende l’ascensore, magari non ci ricordiamo.
- Non è che l’ascensore sia il centro commerciale, mi sembra un po’ esagerato dire che
- Io per esempio mi ricordo di lei.
- Ah ah.
- Siamo al piano. Permesso, permesso.
- Ah ah, ah.
- Cosa ride? Mi fa uscire?
- Eh aha aha eh.
- Allora? Che le prende? Permesso.
- Uhhhhhhh. Eh.
- Ma insomma!
- Molto divertente. Lei è una comica specializzata in ascensori.
Sprazzi di vita sociale per Ermete
Ieri uscito dall’ufficio sono andato a trovare il mio amico Ermete Dossi nella Zona Deumanizzata. Era parecchio tempo che non ci vedevamo e io ho pensato che poteva essere morto, magari divorato nel sonno dai topi o ricoperto e soffocato dai licheni, invece no, stava abbastanza benissimo.
Abbiamo mangiato bacche e radici che Ermete raccoglie nel parco abbandonato e che secondo lui sono commestibili. Sapevano un po’ di ruggine ma non erano niente male. Dopo cena ci siamo seduti sul terrazzo del nuovo appartamento che Ermete ha occupato in uno stabile abbandonato, lontano si sentiva l’urlo delle macchine in tangenziale.
- Non ti manca la vita in mezzo alla civiltà? – gli ho chiesto, tanto per dire qualcosa.
- Per niente.
- Non ti manca la vita sociale, la vita in mezzo agli altri umani.
Ermete non ha detto niente. Io stavo quasi per addormentarmi, cullato dal rumore della tangenziale, quando Ermete ha detto:
- Ti devo chiedere un favore.
- Uh? Sarebbe?
Ermete ha mugugnato qualcosa guardandosi le punte sfasciate delle scarpe.
- Non ho sentito, che hai detto?
Allora Ermete ha quasi urlato:
- Mi faresti una sega?
A quel punto ero sveglio del tutto. Sono scoppiato a ridere. Ridevo a crepapelle. Mi sembrava una cosa veramente spiritosa. Ridevo e ridevo, ma Ermete rimaneva serio. Allora sono diventato serio pure io.
- No, senti, io – ho cominciato a dire.
- Mi sto ammazzando di pugnette. Non ne posso più. Ho anche fatto un buco sul muro, in soggiorno. Mi sono scopato la parete per un mese. Ho il sapore dell’intonaco in bocca, mi dà la nausea.
- Non penso che –
- Neanche t’avessi chiesto un pompino, cazzo. Per un amico.
Era veramente a terra. Ho sospirato.
- Posso usare un guanto? – ho chiesto.
- Ci sono quelli di gomma, in cucina.
Sono andato in cucina. Ho infilato il guanto giallo e sono uscito in terrazzo. Ermete si era abbassato i pantaloni e si era rimesso seduto, guardava lontano, come se non ci fossi.
- Però non guardarmi, capito? Girati dall’altra parte.
- Ok, ok – ha detto. C’era della gratitudine nella sua voce, o almeno così mi è sembrato. Ho cominciato a fargli una sega, guardando le chiome scure degli alberi davanti a noi, nel buio. Era terribile.
- Fa fresco, eh? – ho detto, per rompere quel silenzio imbarazzante.
- Potresti dirmi delle cose?
- Quali cose? Quali cose del cazzo?
- Le cose che si dicono in questi casi. Cose arrapanti. Per un amico…
- Sì, sì, per un amico, ho capito.
Ho sospirato di nuovo. Chi me lo aveva fatto fare di andare nella Zona Deumanizzata. Ho cominciato a mugugnare delle parole, tipo dài….dài su… e dài, andiamo su… dài che ti piace, dài, ti piace un casino, ti sta piacendo un casino fino a quando Ermete ha detto:
- Lascia perdere, è meglio se stai zitto.
Allora siamo stati zitti tutti e due. Il rumore delle auto in tangenziale sembrava il rantolo di un animale morente. Stava per venirmi un crampo alla mano.




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