Ascensione, divinazione, illuminazione
Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita. Le porte stanno per chiudersi ma all’ultimo momento vengono bloccate da una signora che si infila nel cubicolo di traverso, collocandosi poi all’angolo opposto rispetto a quello occupato da me.
- A che piano, signora?
- Indovini.
- Indovino? Ahahah. Dunque vediamo. Terzo. Terzo piano.
- Fuochino.
- Quinto piano.
- Fuochino!
- Ah! Secondo, va al secondo piano.
- Scusi, ma se prima era fuochino con terzo e con quinto, perché ora mi dice secondo?
- Perché magari era un tranello.
- Uff. E va bene. Acqua. Vado al quarto, d’accordo?
- Al quarto! Come me. Se indovinavo, che cosa vincevo?
- Un giro gratis nel mio appartamento.
- Ahaha. E dove abita?
- Abito al quarto piano. È per quello che vado lì.
- Abita in questo palazzo? Al quarto piano? Ma se non ci siamo mai visti, prima.
- Come si dice. C’è sempre una centesima volta.
- Centesima volta di che?
- Di che, di che. Quand’è che si sveglia?
- Come sarebbe? No, aspetti! Non posso crederci! Ho capito!
- Non mi dica. Finalmente si è ricordato?
- Ho capito! È un sogno, vero?
- Oh sì. Sono un sogno. Siamo al piano, mi faccia uscire.
- Un momento! Mi dica dei numeri! Dei numeri da giocare! Prima che mi svegli!
- Lei non si sveglia più, non l’ha capito?
- Non mi sve… vuol dire che sono morto? MIODIO SONO MORTO!
- Permesso, permesso.
20 anni dopo
sono passati 20 anni da quando ho visto per l'ultima volta Bandini. mi guardo attorno e in questo bar svedese ci siamo soltanto io e un altro paio di vecchi con la barba lunga, il bar si trova davanti ad un grosso lago in parte ghiacciato e la veranda è riscaldata da un FunghinoDeLuxe (il fungo a gas della Clebbino).
d'un tratto, una figura ricurva e rinsecchita entra dalla porta principale poggiandosi su un bastone. e dietro questa figura compare lui, Bandini, ancora giovane e pieno di vigore. arriva al mio tavolo e ci salutiamo con un leggero contatto dei gomiti.
<<come hai fatto a mantenerti così giovane?>> gli chiedo io.
<<tutto merito dei clisteri>> risponde lui sedendosi molto lentamente, e poi ordina un cataplasma all'arancia.
sono un po' invidioso del suo aspetto, io ho dieci anni di meno e sembro suo padre. gli chiedo come va, come sta, cosa fa, mentre sorseggio con calma il mio caffè lungo. lui mi guarda senza rispondere e mi fissa da dietro ai suoi occhi azzurri, e di colpo si alza in piedi rovesciando la sedia e mi fa
<<White, sei pronto a tornare?>>
porgendomi un enorme clistere azzurro di marca Clebbino.
Ultrasuoni e confessioni dal dentista
Ieri sono andato da Sanpietroli, il mio dentista, a farmi fare una pulizia dei denti. Avevo appuntamento alle sei. Alle sei e cinque ero già seduto sulla sua poltrona con l’aspiratore in bocca e Sanpietroli chino sul mio cavo orale, con una punta a ultrasuoni in mano.
- Comincerò dall’arcata superiore, Bandini. Lo regga lei, questo – mi ha detto, mettendomi la mano sull’aspiratore. Io e Sanpietroli eravamo compagni di scuola alle superiori, ma nonostante questo adesso ci diamo del lei.
- Ua buegne – ho detto io, e Sanpietroli ha cominciato a trivellarmi le gengive, e intanto parlava, mentre la mia saliva gli schizzava sulla mascherina.
- Le sue gengive sono un po’ arrossate. Ah, Bandini, che lavoro di merda. Sì, certo, guadagno bene, ma che c’entra. Che senso ha la mia lotta contro il tartaro, le placche, le carie? Tanto alla fine vinceranno loro.
- Ogne ahebbe ngheahho gnoo?
- Ha un canino più piccolo dell’altro, lo sapeva? Insomma, tanto studiare, tanto faticare, per che cosa? Per questo? Per grattare via schifezze dalla bocca della gente? Per farmi fare versacci a un centimetro dal naso da gente di cui non so niente? Ora può sciacquare.
- Groo, groo, splut. Comunque…
- Ecco apra bene. Sentirà un po’ di solletico adesso. Insomma, passo le giornate a prendere calchi dentali e il tempo passa che non me ne accorgo.
- Jè ohì nee uddhi.
- Sa cosa penso sempre più spesso, mentre lavoro? Mi capita di ripensare alla scuola. A quelle mattine passate sui banchi. Alla ricreazione. Quante ricreazioni avremo fatto?
- Uhagah. Oggne sprosh.
- Migliaia. Migliaia di ricreazioni. E non me ne ricordo nemmeno una. Che cosa facevamo? Con chi parlavamo? Che cosa ci raccontavamo? Non mi ricordo niente. Ora può sciacquare.
- Groo, groo, spluff. Penso che…
- Regga qua. Ora passiamo all’arcata superiore. Insomma, rivoglio le ricreazioni Bandini. Rivoglio quel quarto d’ora nel cortile della scuola. I gruppuscoli di ragazzi. I professori fuori a fumare. Le chiacchiere vacue. La luce di metà mattino, non la vedo mai la luce fuori di quell’ora lì, non l’ho mai più vista.
- Gooosh, gnaulè.
- Ci si dicevano cose anche cruciali, a ricreazione. Cose su cui rimuginavo su tutto il pomeriggio, a casa, mentre studiavo, ed ero lì che aspettavo la ricreazione del giorno dopo per ritirarle fuori, c’erano cose della mia vita che si giocavano nello spazio di una ricreazione e possibile che non mi ricordo più niente? Lo usa il filo interdentale?
- Gnooo, oc, uh
- Si vede. E lei se le ricorda, le ricreazioni?
- Auha frishh ijji ajahe ef fpui, noo uha gligliao…
- Non mi ricordo neanche di lei, sa? Durante le ricreazioni, dico. E pensare che….CRISTOSANTO, E QUESTO CHE DIAVOLO E’? – e Sanpietroli ha estratto dalla mia bocca la punta a ultrasuoni, alla cui estremità era appeso un vermetto bianco. Io ho avuto un conato e ho cominciato a sputare sangue e saliva nella vaschetta, mentre Sanpietroli era per terra a rotolarsi dalle risate. Senza smettere di ridere ha estratto dalla tasca del camice un pugno di vermetti vivi. Uno dei suoi soliti scherzi.
- Mi scusi – ha detto, tra le lacrime – abbia pietà. Ormai mi diverto con poco. Non mi è rimasto che questo. Con la pulizia abbiamo finito, può andare. Comunque sappia che dovrò impiantarle un dente del giudizio.
- Come, impiantarmi? Vorrà dire estrarmi.
- No, no. Lei ha il dente del giudizio dell’arcata superiore destro, ma non ha il corrispettivo inferiore. Così ce lo impiantiamo.
- Ma non si potrebbe togliere quello superiore, invece?
- E’ un dentista, lei?
- No, io…
- Ecco. Vada, ora. Vada a farsi fissare l’appuntamento. Tutti a me capitano. Ridatemi la ricreazione. Ridatemi il cortile della scuola.
Invidia dall'alto dei piani dirigenziali
Ierisera il capo del capo del mio capo mi ha chiamato di nuovo nel suo ufficio. Perché chiama me? Perché non chiama il mio capo? Perché non chiama il capo del mio capo? Ho fatto i tre piani di scale che mi separavano dal suo ufficio e ho aspettato che la segretaria mi dicesse di entrare, poi sono entrato ballando il tip tap. Lui mi ha guardato con una faccia a metà tra il fastidio e l’orrore.
- Che cos’è quella roba, Bandini?
- Tip tap. Si ricorda l’altro giorno? Mi aveva
- Il “voi”, Bandini.
- Sì, giusto. Mi avevate detto di ballare il tip tap.
- La mia vita è deprimente, Bandini.
- Volete che crei qualcosa per voi?
- No, oggi no. Oggi non mi sento Clebbino.
Il capo del capo del mio capo si è alzato di scatto. E’ alto quanto me e abbiamo più o meno la stessa età. Ha sfilato dal portapenne una matita Faber-Castell. “Facciamo che questa matita siete voi” mi ha detto, e l’ha spezzata in due, con una sola mano. Qualcosa si è rotto dentro di me. Il capo del capo del mio capo ha sorriso un secondo, ma poi sulla sua faccia è riaffiorata un’espressione di sofferenza.
- Cazzo Bandini, è tutto così frustrante. Questo megaufficio climatizzato. Queste piantine carnivore anoressiche. Quello schermo al plasma in grado di ricevere 500 canali satellitari. Tutto sembra fatto apposta per farmi sentire solo. Voi lavorate in team. Fianco a fianco. Voi creativi. Ma anche persino le Penelopi del Reparto Entropia, lavorano insieme, dialogano, interagiscono. Tutti i dipendenti condividono qualcosa. Ma io? Io? Con chi posso parlare io? Con chi posso interagire io? Con una pianta carnivora? Con una scrivania in mogano? Con la BBC? Con la CNN?
Si è messo a ciucciare la punta della matita, pensieroso. Poi l’ha subito tolta dalla bocca, dicendo:
- Naturalmente il gioco della matita che eravate voi era finito. Da prima, voglio dire.
- Naturalmente.
Il capo del capo del mio capo si è avvicinato alla finestra e ha guardato fuori. Il suo viso si è come illuminato.
- Lo sapete chi è che invidio, Bandini?
Mi sono indicato col dito e ho detto:
- Me?
- Come?
- Cioè, volevo dire: noi?
- Ma no, no. Cristosanto, come potrei invidiare uno come voi. Venite, venite a vedere – e mi ha fatto cenno di avvicinarmi alla finestra. Mi sono avvicinato.
- Ecco, vedete quello laggiù? Quello con la maglietta verde, che sta attraversando il parcheggio, laggiù. E’ un nostro dipendente. Osservatelo. Esce tutte le sere a quest’ora. Attraversa la strada, si siede lì sul guard-rail e si mangia un frutto. Tutti i giorni. D’inverno mangia un'arancia. D’estate mangia una pesca. Tutti i giorni, capite? Si siede lì, e mangiando il suo frutto guarda le macchine che passano sulla strada. E poi, dopo dieci minuti, torna a lavorare. E sapete qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che da quassù è impossibile sentirlo, ma io sono sicuro – ne sono ultrasicuro, Bandini – che mentre riattraversa la strada, quell’uomo, un nostro anonimo dipendente, quell’uomo fischietta, Bandini.
Ho guardato l’uomo, giù sulla strada, un minuscolo omino verde che stava sbucciando un'arancia, poi ho guardato il capo.
- E’ lui che invidio – ha detto il capo, quasi sottovoce.
Non sapevo che dire, e io quando non so che dire dovrei starmene zitto, invece parlo. Stavolta ho detto:
- Non vi preoccupate. Col tempo, anche voi arriverete a poter mangiare un’arancia seduto sul guard-rail di una strada qualunque.
Il capo del capo del mio capo mi ha guardato senza parlare, immobile. Un capillare nel suo occhio destro è esploso, inondandogli l’occhio di sangue. Mi sono girato e sono uscito dal suo ufficio più veloce che potevo.
Da cosa capisco che esisto
Certe volte la mattina quando esco di casa la gente per strada è come se non mi vedesse ma vedo gli sguardi che mi trapassano senza registrare la mia presenza e allora per essere sicuro di esistere passo davanti a tutte le porte ad apertura automatica dei negozi, e quando si aprono al mio passaggio allora so che le fotocellule registrano la mia presenza e dunque esisto. Anche se mi rimane sempre il dubbio che non sia stato qualcun altro a far scattare la fotocellula passando in quello stesso momento e allora mi torna l’angoscia, meno male che quando arrivo in ufficio il sistema elettronico registra il passaggio del mio badge e dunque la mia presenza,, non saprei davvero come fare senza il mio badge, perché le persone certe volte sono distratte e si dimenticano che esisti, ma le macchine per fortuna non si distraggono mai.
Tip tap nell'ufficio del capo del capo del mio capo
La scorsa settimana mi ha chiamato nel suo ufficio il capo del capo del mio capo. Tre piani più su, voglio dire non solo tre piani metaforici, proprio tre piani d’ascensore, o da fare a piedi avendone voglia. Mentre salivo le scale a piedi perché ne avevo voglia, ho ingollato due pasticche NonCiPensare, e dopo cinque secondi le scale sembravano scendere anziché salire, mi sono sentito subito meglio. Appena la segretaria del capo del capo del mio capo mi ha detto che potevo entrare, sono entrato nell’ufficio del capo del capo del mio capo.
- Ah, Bandni, il nostro brillante creativo.
- Eccoci qua.
- Mi crei qualcosa, qualcosa di divertente – ha detto il capo (del capo del mio capo), dondolandosi sulla sua poltrona e sorridendo.
- Ma come, adesso?
- Immediatamente – ha detto, senza smettere di sorridere.
- Eh, uh. Sì. Certo. Dunque vediamo. “Acqua Clebbino, facile come bere un bicchier d’acqua”.
Il capo è scoppiato a ridere, diventando rosso in faccia. Io ho spostato il peso da un piede all’altro.
- Che stronzata! Eccellente! Bravo Bandini bravo. E ora mi balli il tip tap.
- Non ho capito, mi scusi.
- Diamoci del voi, Bandini. In memoria dei tempi gloriosi.
- Sì, scusi.
- Piantatela di scusarvi, perdio!
- Sì, giusto. Non ho capito cosa avete detto.
- Di ballare il tip tap. Cantando un jingle di qualche prodotto Clebbino.
- D’accordo.
Ho cominciato a saltellare sulle punte e sui tacchi, mettendoci tutta la convinzione possibile nonostante il pavimento ondeggiasse mostruosamente a causa delle pasticche Noncipensare, e ho canticchiato il jingle dell’Olio Motore Brumbrum Clebbino: Brumbrum – brumbrum / e viaggi senza uhm. Alla fine il capo batteva le mani sul tavolo, fischiando e ridendo.
- Splendido! Splendido! Avevo proprio bisogno che qualcuno mi tirasse su il morale. Se non ci foste voi creativi non saprei come fare.
- Figuratevi.
- Che cosa dovrei figurarmi? – ha detto il capo, guardandomi sospettoso.
- Volevo dire. Figuratevi. Figuratevi se non sapreste cosa fare…
- Io non mi voglio figurare proprio un bel niente. Siete voi che dovete figurarvi. Siete voi il creativo.
- Ssssì, io, mi figuro, certo.
- Ve lo state figurando?
- Altroché.
- E’ il vostro lavoro. Andate, ora. Uscite ballando il tip tap. A presto, Bandini. A molto presto.
Sono uscito dall’ufficio del capo del capo del mio capo ballando il tip tap, e viaggi senza uhm / e il motore non fa bum! Brum brumbrum brum brum, brum brumbrum brum brum…
Più tardi, quando è finito l’effetto della pasticca Noncipensare, sono andato in bagno a piangere.
Badge, istruzioni per l'uso
Oggi hanno sostituito i vecchi badge aziendali con badge aziendali nuovi. Quelli vecchi erano delle tessere tipo bancomat, ma completamente bianchi. Quelli nuovi sono identici, completamente bianchi, ma forse è una sfumatura di bianco diversa, non so. Ho passato la mattinata a mettere a punto un modo fico per estrarre il mio badge dalla tasca del portafoglio dove lo tengo, nello stesso scomparto della tessera fedeltà del supermercato e della tessera della videoteca.
Alla fine faccio così: con la mano destra estraggo il portafoglio, do una scrollatina col polso e il portafoglio si squaderna, a quel punto schiaccio il polpastrello del pollice della mano sinistra sul dorso del badge e trascinando il polpastrello faccio scivolare fuori fluidamente il badge dalla tasca del portafoglio. Quando è completamente uscito do un colpetto contro il bordo del badge con l’unghia dell’indice piegato a gancio, sollevandolo, e afferrandolo quindi tra indice e medio, di taglio. A questo punto sarebbe praticamente fatta, se non fosse per il fatto che mi trovo il badge nella mano sinistra, ma io non sono mancino. Un bel guaio. Per fortuna che ho trovato uno stratagemma: faccio scivolare il pollice sotto al badge e do un colpetto deciso, facendolo così ruotare in aria su se stesso. A questo punto il palmo della mano destra scivola laddove si trovava prima la mano sinistra, in modo tale da prendere al volo il badge nel momento in cui questo compie la sua parabola discendente. Il passaggio più difficile in effetti è proprio quello, finale, del colpetto col pollice e lancio in aria del badge. Le prime volte la parabola era troppo corta e il badge cadeva a terra prima che io riuscissi a riacchiapparlo al volo. Tutto ciò è troppo un Ventinove, come dicono i miei colleghi del Reparto Creazione per indicare uno sputtanamento dal quale non ti risollevi più (il Ventinove significa 1929, l’anno della Grande Depressione). Per fortuna che mi sono allenato bene nel mio ufficio, e alla fine su cento volte che ho fatto la prova, solo dodici volte il badge mi è caduto a terra. Comunque, prima di fare il numero in pubblico sarà meglio che mi alleni ancora, per ridurre il margine di rischio almeno all’1-2%. Meno male che è lunedì e ho tutta la settimana davanti.




Ultimi commenti