Pizza Zen 3,50 euro

Ieri Maria non c’era, allora c’ero io a prendere le ordinazioni da RapidoPizza. A un certo punto telefona un tale, io rispondo dicendo “RapidoPizza”, il tale mi chiede: “Buonasera, vorrei sapere che cosa c’è nella Pizza Zen”, io riattacco il telefono e mi rimetto a guardare la tele sintonizzata su un canale musicale che sta trasmettendo un video di una che si chiama Grandi Irene.
Dopo un po’ suona di nuovo il telefono, io rispondo come prima, è il tale di prima che fa: “Mi scusi, prima è caduta la linea, vorrei sapere quali sono gli ingredienti della Pizza Zen” e io metto giù.
Lacazza, il pizzaiolo, schiaffeggia la pizza e mi lancia un’occhiataccia.
Risuona il telefono, è il tale di prima.
”Senta, nel vostro depliant ci sono tutti gli ingredienti delle vostre pizze tranne che di quella chiamata Pizza Zen”.
”Proprio così” dico, adesso in tv passa un video di Pelù Piero.
”Ecco, e si potrebbe sapere com’è questa Pizza Zen, sono curioso”.
Riattacco, sbadigliando.
”È uno che vuole la Pizza Zen?” chiede Lacazza, senza guardarmi.
”Sì.”
Lacazza non dice niente.
Suona il telefono. Rispondo al quarto squillo. “RapidoPizza”, dico. È lo stesso di prima.
”Salve, vorrei ordinare una Pizza Zen.”
Prendo l’ordinazione, segno il nome e l’indirizzo. Passo un foglietto con l’ordinazione a Lacazza. “Pizza Zen” fa, Lacazza, fregandosi le mani. Dopo qualche secondo, comincia a dare pacche sul bancone, dopo averci cosparso un sottile velo di farina. Traccia un cerchio con un dito sulla farina, poi inizia a ruotare le mani in aria, a batterle tra loro. Passa Bilal Fefeni con lo spazzolone, guarda Lacazza, mi chiede: “Pizza Zen?”
“Pizza Zen”, annuisco io.
Lacazza apre il portello del forno, infila la pala, la estrae, chiude il portello. Dopo cinque minuti riapre il portello, infila la pala, la estrae, apre un cartone RapidoPizza, rovescia la pala in aria in corrispondenza del cartone, chiude il portello, chiude il cartone. “Pizza Zen”, dice, porgendomi il cartone. Prendo il cartone, prendo l’indirizzo, prendo il casco, esco. Attraverso la città con lo scooter e la Pizza Zen nel bauletto, raggiungo l’indirizzo, suono il citofono. Niente cerchietti tracciati sul citofono.
”Chi è” dice il citofono.
”RapidoPizza” dico.
”Quarto piano” dice il citofono.
Salgo al quarto piano, c’è un uomo alla porta. Gli porgo il cartone, chiedendo “Pizza Zen?”
”Pizza Zen” risponde l’uomo. Prende il cartone.
”Tre euro e 50” dico. L’uomo mi paga con quattro euro, e mi dice di tenere il resto. Ringrazio. Sto per andarmene, ma l’uomo mi blocca.
”Aspetti” dice. Mi fermo. L’uomo soppesa il cartone, guardandomi. Poi lo apre, lentamente. Guarda dentro il cartone. Deglutisce.
”Ma non c’è niente” dice. Mi passa il cartone. Io guardo l’uomo, poi apro il cartone, guardo dentro il cartone, lo chiudo, guardo l’uomo.
”Come sarebbe. Guardi meglio” dico.
Gli porgo il cartone. L’uomo lo afferra, gli tremano le mani, mi guarda, poi apre di scatto il cartone. Fissa l’interno del cartone. “Pizza Zen” dice, quasi senza voce.
”Pizza Zen” dico io, per conferma. L’uomo allunga la mano dentro il cartone, afferra qualcosa, si porta le dita alla bocca. Mastica. Fa un mezzo sorriso.
”Com’è?” chiedo.
L’uomo mi guarda, torna serio.
”Fredda.”




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