La puntata natalizia di Criminali Buffi

Non so se ieri avete visto la puntata natalizia di Criminali Buffi. Il protagonista era questo signore dedito ai furti nelle case, insomma un topo d’appartamento. Questo ladro si era inventato un modo ingegnoso per penetrare nelle case altrui: entrava in azione a dicembre, durante il periodo delle festività natalizie, e operava travestito da Babbo Natale. La sua tattica non era quella di agire nell’ombra, anzi: faceva tutto alla luce del sole, anzi alla luce delle luminarie. Girava con una fune attaccata per un capo a un pratico arpione, si piazzava sotto il davanzale o il balcone di un edificio, lanciava l’arpione e bello bello si inerpicava, sotto gli occhi di tutti. Chiunque lo vedesse lo scambiava per uno di quei pupazzi babbinatali che spiritosamente pencolano appesi a funi o alle pareti esterne delle abitazioni, e dunque non gli dava peso. Questo permetteva al criminale buffo di agire indisturbato, svuotando appartamenti su appartamenti. Il tutto ha funzionato per un paio di anni, ma proprio lo scorso dicembre si è verificato il triste epilogo: penetrato in una lussuosa villa del Nord Est proprio la sera della vigilia di Natale attraverso la finestra del salone, il malvivente si è trovato davanti un altro Babbo Natale. Tremando ha lasciato cadere il suo sacco, si è buttato in ginocchio e ha cominciato a piagnucolare:
- Ma… allora… allora esisti davvero! Perdonami Babbo Natale, sono un usurpatore, un ciarlatano, un impostore, mi avevano detto che non esistevi invece esisti, prometto che d’ora in poi sarò buono, ricomincerò a scriverti le letterine come facevo quand’ero piccolo – e così dicendo si è rannicchiato sul pavimento piangendo come un vitello. Babbo Natale gli si è avvicinato, ha estratto una pistola di quelle che sparano una scarica elettrica e con quella ha sparato una scarica elettrica al criminale buffo, che ha cominciato a dimenarsi sul pavimento come uno scarafaggio rovesciato sul dorso, e si è pure pisciato addosso.
- Quando ho visto questo furfante che era entrato in casa mia per rubare non ci ho visto più – racconta alla telecamera il signor Falappiè, maresciallo dei carabinieri in pensione che nella notte della vigilia si era vestito da Babbo Natale per consegnare i regali ai suoi nipotini – così l’ho immobilizzato e poi ho chiamato subito i miei ex colleghi.
Ora il criminale buffo passa il suo tempo nella sua cella tre metri per tre a scrivere letterine a Babbo Natale ed è l’uomo più felice del mondo perché ha visto Babbo Natale quello vero.
Vesti il tuo tempo

Ieri mattina c’è stata l’esercitazione-licenziamento. A turno ricevevamo delle telefonate dalla segreteria del Reparto Risorse Umane che ci comunicava che eravamo licenziati (anche se quasi nessuno è assunto a tempo indeterminato, abbiamo quasi tutti un contratto Co.Pro.Fa.G.O., e in quel caso ci veniva detto che “veniva anticipata la risoluzione del contratto”). A quel punto avevamo 180 secondi di tempo per spegnere il computer, mettere in una scatola tutte le nostre cose, riconsegnare in amministrazione il badge e la chiavetta dei distributori di bevande e merendine, e abbandonare l’edificio uscendo dalle scale di servizio. Si tratta di una nuova iniziativa che la Clebbino ha lanciato dopo aver recepito la circolare ministeriale che invitava ad adottare le esercitazioni-licenziamento per razionalizzare al meglio la fuoriuscita dei licenziati evitando scene di panico. Io ho ricevuto la chiamata alle 10.36 mentre stavo guardando su YouTube un video di un ragazzino australiano che illustrava come allacciarsi le scarpe con una mano sola. Ero lì che prendevo appunti quando è suonato il telefono.
- Sì?
- Qui è il Reparto Risorse Umane. Sig. Bandini, ci pregiamo di comunicarLe che siamo costretti ad anticipare ad oggi e con effetto immediato la risoluzione del suo contratto Co.Pro.Fa.G.O., da questo momento ha 180 secondi di tempo per abbandonare l’edificio.
- Cristo di Dio.
- Ah. Dimenticavo. Questa è un’esercitazione.
- Cristo di Dio.
Ho messo giù, sono saltato in piedi, ho spento il computer con un calcio, ho tirato fuori dall’armadio uno scatolone e ci ho rovesciato dentro i cassetti della mia scrivania: elastici, graffette, quintali di matite Faber-Castell, una fotografia di Giselle. 65 secondi dopo stavo uscendo dal mio ufficio. Ho attraversato in fretta il corridoio, passando davanti all’ufficio di Creativo n.4 ho visto il mio collega sfondare con un pugno il vetro dell’acquario, afferrare i pesci con le mani e metterli nella sua scatola.
- Ma che fai – ho detto.
- Fatti i cazzi tuoi, n.5. Riserve alimentari. Dovrò mangiare qualcosa nei prossimi giorni, no?
- Ma è solo un’esercitazione.
- Infatti. Mi sto esercitando.
Sono corso oltre e stavo per fiondarmi sulle scale di servizio, quando mi sono ricordato che dovevo restituire il badge e la chiavetta. Sono tornato indietro e sono corso in amministrazione. Ho tirato fuori la chiavetta e il badge e li ho sbattuti sul tavolo, davanti all’impiegata impassibile. Ancora 98 secondi di tempo.
- Questo non è il badge. È la tessera della libreria – ha detto l’impiegata, aprendo appena appena la bocca.
Bestemmiando ho estratto dal taschino un’altra carta magnetica.
- Questo è il tesserino sanitario.
90 secondi.
- Questo è della videoteca.
87 secondi.
- Niente da fare. Questa è la tessera del supermercato.
84 secondi.
- No, questo è il bancomat.
81 secondi.
- Sì. Questo è il badge. Una firmetta qui, prego. È stato un piacere conoscerla.
Ho firmato il modulo della risoluzione anticipata del contratto, ho ripreso la mia scatola e sono uscito.
- Ehi Bandini, ha lasciato qua il suo bancomat – ha urlato l’impiegata.
- Glielo regalo – ho urlato io, mentre mi lanciavo sulle scale di servizio. 72 secondi per fare quattro piani a piedi. Ho cominciato a correre, le matite Faber-Castell saltellavano fuori dalla scatola e cadevano dappertutto. Sono uscito nel freddo dell’area di carico-scarico quando mancavano ancora 9 secondi. Fuori c’era Creativo n.1, con la sua scatola in terra, che fumava una sigaretta.
- Quanto hai fatto? – mi ha chiesto.
- Nove secondi – ho detto.
- Io ci ho messo dieci secondi meno di te - ha detto, soffiando fuori il fumo.
- La prossima volta farò meglio – ho detto io, soffiando una nuvoletta di fiato.
- Che ne pensi di “Vesti il tuo tempo”?
- Che?
- “Vesti il tuo tempo”. Come claim per la pubblicità del nuovo cellulare Clebbino da indossare.
- Sei stato appena licenziato, n.1.
- Era solo un’esercitazione, stronzetto.
Ho preso una graffetta dalla mia scatola e ho iniziato a masticarla. Dall’uscita d’emergenza è sbucato Creativo n.4. Ansimava e puzzava di pesce. “Vesti il tuo tempo”, ha detto n.1.
Tensione morale

“Tensione morale” è proprio una bella espressione. Mi ci ha fatto pensare ierisera Armenia, eravamo al cinema, il film stava per iniziare, anzi dovevano ancora iniziare anche le pubblicità e i trailer, c’erano le luci accese in sala e musica jazz in sottofondo, noi eravamo gli unici su una lunga fila centrale, un ragazzino qualche fila dietro di noi si divertiva a lanciarmi i popcorn in testa e ogni volta che io mi giravo lui diceva “hai la forfora, ah, ah, ah”. Poi la musica si è interrotta, le luci si sono abbassate, il ragazzino ha smesso di tirarmi i pop corn, e in quel momento breve e bellissimo in cui tutto è buio prima che lo spettacolo inizi, in quel momento Armenia ha detto: “Tensione morale, è proprio una bella espressione. Tensione. Morale. Bellissima”. Poi è iniziata la pubblicità, poi i trailer, poi il film, che era la storia di un uomo che lotta per diventare qualcuno nella vita, e alla fine ci riesce. Ma senza alcuna tensione morale.
Sepoltura, sepoy

Mi è finalmente arrivato il pacco con il formichiere gigante dell’America Centrale che avevo ordinato su eBay per debellare l’invasione di formiche. Nel frattempo, però, le formiche se ne sono andate da sole, di spontanea volontà. Un po’ mi mancano a dire il vero, mi piaceva quando mi camminavano sulla schiena mentre dormivo, mi facevano sognare il brivido delle montagne russe. Ma non è di questo che volevo parlare. Quando ho aperto l’imballo, una gran puzza mi ha fatto torcere il naso. Il formichiere era morto, non so se di fame, di stenti o semplicemente di mancanza d’aria, durante il lungo viaggio che dall’America Centrale lo ha portato a casa mia. Protesterò con il servizio clienti di eBay. Comunque, mi ritrovavo questa carogna puzzolente di formichiere, e non mi restava che dargli degna sepultura.
Aperta parentesi: mi era venuto il dubbio se si scrivesse “sepoltura” o “sepultura” e allora sono andato a guardare sul vocabolario e ho trovato che si può dire in entrambi i modi. Guardando sul vocabolario (Zingarelli 2001), ho scoperto che la voce successiva a “sepoltura” è “sepoy”. Sepoy viene dal persiano “sipahi” e significa ‘soldato a cavallo’, e identificava, nel periodo coloniale, un soldato indigeno dell’esercito regolare britannico in India. Così adesso so cosa sono i sepoy e se dovessi mai andare in India e un indiano mi dicesse che suo nonno era un sepoy, io potrei rispondere “ah, era un soldato dell’esercito regolare britannico durante il periodo coloniale”, facendo un figurone. Se invece cercavo “sepoltura” su Google, col cazzo che scoprivo che cos’era un sepoy, e così in India non avrei fatto nessun figurone, anzi. Questo per dire che le parole è meglio cercarle sul vocabolario, su Google cercateci i porno o le barzellette. Chiusa parentesi.
Ho pensato: dove lo seppellisco un formichiere dell’America Centrale? Io non ho un giardino. Potevo seppellirlo ai giardini di quartiere, o magari nell’aiuola spartitraffico, ma mi sembrava triste, questo animale era vissuto tutta la vita nel selvaggio habitat dell’America Centrale prima di venire messo in gabbia dai dipendenti di eBay, e ora non potevo seppellirlo in un luogo urbano. Ci voleva un posto deurbanizzato. Allora ho pensato di seppellirlo nella Zona Deumanizzata.
Così sono andato nella Zona Deumanizzata. Ne ho approfittato per passare a trovare il mio amico Ermete Dossi. L’ho trovato nel suo appartamento nel condominio abbandonato e infestato dai licheni, dormiva sul pavimento della cucina avvolto in un tappeto pieno di muffe, dai vetri spaccati della finestra entrava un gran freddo.
- Dormi, Ermete? – ho detto, dando un calcetto al tappeto nel quale era avvolto.
- No, sono morto – ha detto Ermete. Si è srotolato emettendo un lungo lamento, si è stirato, mi ha guardato.
- Chi sei?
- Sono Bandini, accidenti. Il tuo vecchio amico. Andavamo in cerca dei pinoli che fabbricavamo noi stessi, ricordi?
- Ah, già. E che è successo stavolta? Di solito quando vieni è perché è successo qualcosa.
Gli ho fatto vedere il pacco con dentro la carogna.
- Che cos’è?
- Un formichiere dell’America Centrale.
- Sta dormendo?
- No, è morto. Non senti la puzza?
- Anche io puzzo così, ma mica sono morto.
Siamo scesi nel cortile dietro al condominio, era coperto di licheni. Poco più in là c’era la fossa biologica scoperchiata e svuotata, abbiamo deciso di seppellire il formichiere lì. Io ho deposto il pacco dentro la fossa e Ermete ha cominciato a buttare nella buca dei sassolini.
- Cosa stai facendo? – gli ho chiesto.
- Sto coprendo la buca – ha detto.
- Un sassolino per volta? Ci metteremo una vita.
- Hai da fare?
Ho tirato su col naso, mi sono seduto in terra e ho cominciato a tirare sassolini nella buca.
Buone azioni nella giungla urbana

Ieri stavo camminando su un marciapiede del centro cercando di non calpestare le righe del pavè, operazione resa complicata anche dal fatto che avevo entrambe le scarpe slacciate, quando a un certo punto una donna mi ha fatto cenno di fermarmi,, io pensavo che mi avrebbe chiesto se volevo fare un’offerta per quei poveri bambini che hanno la playstation rotta e stavo per dirle che non avevo soldi, perché io non riesco mai a dire che non voglio fare offerte per i bambini che hanno la playstation rotta o non so che altro, mi viene sempre da giustificarmi dicendo che non ho soldi. Ma invece la signora non voleva chiedermi un’offerta: quando mi sono fermato si è inginocchiata davanti a me e mi ha allacciato entrambe le scarpe, con gesti esatti e tondi tondi, e quando ha stretto il nodo la leggera pressione sul collo del piede mi ha causato un piccolo capogiro. Poi la donna si è alzata, ha sorriso, io ho detto grazie e lei ha detto “ma ti pare”, e se n’è andata. Mi è sembrata una cosa molto bella e mi ha fatto venire voglia anche a me di fare qualcosa per gli altri che incrociavo per strada, qualsiasi cosa. Tranne allacciare le scarpe perché io non mi ricordo più come si fa. A un certo punto ho visto un signore con i baffi e un cappottone nero e aveva un po’ di forfora sulle spalle, allora io sono andato lì e con la mano ho preso a spazzolargli via la forfora. Lui dopo un attimo di sconcerto si è sottratto alla mia operazione con uno scatto che l’ha fatto piegare tutto di traverso, poi mi ha urlato “ma che fa” e si è allontanato mandandomi da qualche parte con un gesto della mano, credo affanculo. Ho ripreso a camminare e a un certo punto ho visto una ragazza ferma davanti alla vetrina, aveva gli occhiali e ho visto che le lenti dei suoi occhiali erano pieni di ditate, allora le ho tolto gli occhiali e ho iniziato a pulirle le lenti con un fazzolettino, ma lei ha cacciato un urlo acutissimo ed è scappata. Io le ho urlato dietro “Ehi, signora, ha dimenticato gli occhiali” ma quando ho detto così un’altra signora, passando, mi ha detto “Vergognati, ladro” e mi ha sputato addosso. Ho messo gli occhiali in mano a un punkabestia e mi sono allontanato velocemente. A un certo punto è uscito da un locale un signore molto ben vestito, ma aveva il nodo della cravatta sfatto, allora, sorridendo e cercando di non spaventarlo, gli ho fatto segno di fermarsi. “Non ho soldi” ha detto lui, io ho continuato a sorridere e ho iniziato ad aggiustargli il nodo della cravatta, “Ma che cazzo” ha detto lui, e poi mi ha sferrato una ginocchiata sulle palle, che mi ha fatto piegare in due sull’asfalto. “Mi fai schifo” ha detto l’uomo, allontanandosi. Dopo alcuni lunghissimi minuti il dolore mi è passato e sono riuscito a rimettermi in piedi, e ho deciso che forse era meglio tornare a casa, e ho cominciato a camminare radente ai muri e a guardare in terra, come fanno tutti. A un certo punto una voce mi ha detto “Mi scusi”, allora io ho alzato la testa e ho detto “Sì?”, era un ragazzo con un volantino in mano, “Farebbe un’offerta per i bambini che hanno la playstation rotta?”. Allora ho cominciato a urlare.




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