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Archivio Giugno 2008

Campione mondiale di abbracci massimi

by blogghino (27/06/2008 - 11:23)

Quando ero piccolo i momenti che mi piacevano di più degli incontri di boxe che guardavo in tv erano quelli in cui i due pugili, dopo uno scambio ravvicinato, improvvisamente in uno slancio di amorosi sensi si abbracciavano. Stretti stretti. Mi sembrava che fosse quello lo scopo della boxe, l’obiettivo dell’incontro, abbracciarsi forte, con abbandono. Solo che quando questo accadeva, ogni volta che accadeva – e accadeva spesso, e accade spesso ancora oggi – subito l’arbitro interveniva, si intrometteva, li separava, probabilmente gli arbitri di boxe sono invidiosi, gelosi, forse hanno avuto un’infanzia priva di affetto, non so. Per questo motivo non li ho mai sopportati gli arbitri di boxe, sono loro a gettare zizzania tra i pugili, a seminare discordia affinché invece di abbracciarsi come vorrebbero tanto fare, inizino a darsele di santa ragione. Quando poi suonava il gong e i pugili andavano a sedersi al loro angolo e gli allenatori e i secondi si facevano intorno ai loro uomini, io ero convinto che cercassero di rabbonirli, dicendogli “Ma su, piantatela di picchiarvi, che ti avrà detto mai, non dare retta all’arbitro, metti da parte l’orgoglio e fate pace”, poi l’incontro ricominciava, i pugili si guardavano un po’ storto, immusoniti, si davano qualche buffetto pacificatorio e poi si riabbracciavano tra il visibilio del pubblico, e quello stronzo maledetto dell’arbitro aridàgli a dividere quell’abbraccio, a seminare veleno, a indurre all’odio.
Allora io penso che c’è qualcosa che non va nella boxe, uno sport dovrebbe assecondare le aspirazioni degli atleti e del pubblico, se c’è questo desiderio di abbracciarsi, di superare se stessi nell’abbraccio, cazzo togliamo di mezzo questi arbitri invidiosi, cambiamo innanzitutto nome a questo sport, chiamiamolo Abbracci. Tra l’altro si gioca in un quadrato che si chiama ring, cioè anello, e vorrà pur dire qualcosa, uno non regalerebbe mai un anello a qualcuno che vuole picchiare, mentre invece a qualcuno che vuole disperatamente abbracciare magari sì. Così io mi immagino queste palestre di periferia dove uomini (ma anche donne, e non separatamente, ma insieme) si allenano ad abbracciarsi, imparano ad abbassare la guardia e ad allargare le braccia e a cingerle ben bene attorno all’avversario. Immagino il campione di Abbracci Massimi alzare il pugno al termine dell’incontro (incontro, si chiama. Mica: scontro. Vorrà dire qualcosa), e con l’altra mano tiene per mano il suo avversario, e poi alla fine si abbracciano di nuovo e anche tutto il pubblico sugli spalti si abbraccia vicendevolmente e la gente a casa al bar si abbraccia e gli allenatori si abbracciano e anche l’arbitro, finalmente, esce dal ring e abbraccia qualcuno, chiunque esso sia.

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L'anima e il pulviscolo

by blogghino (25/06/2008 - 10:10)

Improvvisamente Giselle si è fatta gelida, distante, immagino per via della cena da mio padre alla quale ho portato Penelope 5 spacciandola per lei, anche se mi sfugge come possa essere venuta a saperlo, ma le donne certe cose le capiscono e basta. Ieri sera abbiamo fatto l’amore ma lei era remota e ho avuto una sensazione sgradevole, percepivo nitidamente la freddezza della sua vagina di plastica.
Da piccolo avevo un orsacchiotto, si chiamava Fluffo, l’Orsacchiotto Buffo. Aveva il pelo rossiccio e il naso di plastica divelto e il muso era coperto di saliva rappresa, passavo il tempo a mordergli e succhiargli il naso, era il mio modo di baciarlo, di dimostrargli il mio affetto. Mi domando quando è stato il momento preciso in cui ho smesso di giocare con Fluffo. Quando accade esattamente che l’orsacchiotto da bestiola viva e pensante con cui giocare e parlare diventa un inerme pupazzo di pelo e gommapiuma di cui non ci importa più niente. Ho guardato Giselle, abbandonata sul divano, immobile. “Ah, dunque è così?” le ho detto, “allora è finita?”. Benissimo. Mi sono alzato, ho afferrato Giselle per un braccio e le ho aperto la valvola e ho aspettato che la valvola aperta le soffiasse via l’anima, poi l’ho appallottolata e l’ho gettata nello sgabuzzino. Ho ingollato un bicchiere d’acqua, ma mi è andato a traverso e l’acqua mi è uscita dal naso. Ho acceso lo stereo e ho ascoltato un po’ di cassetta pulisci-testine, mentre osservavo il pulviscolo atmosferico danzare nell’aria illuminata dal sole. Forse era l’anima di Giselle. Mi è venuto in mente che avrei potuto scrivere una poesia sull’anima di Giselle che diventava pulviscolo atmosferico danzante nell’aria, ma poi ci ho ripensato, che stronzata ho pensato. Il pulviscolo atmosferico è molto bello, più dei fuochi artificiali. Poi ho aperto lo sgabuzzino, ho preso la bambola appallottolata, l’ho rigonfiata soffiandoci dentro. L’ho messa a sedere su una sedia di fronte a me, si chiamava Eugenia. “Ciao Eugenia, che bel nome che hai” le ho detto. Ho guardato i suoi occhi azzurri come una mattonella del cesso, il cerchio sensuale delle sue labbra. Il pulviscolo atmosferico scintillava attorno a lei, come scariche elettriche. Mi stava già venendo duro. Tutto è per sempre, mi ha scritto una volta il mio amico Ermete. “Eugenia, non ci siamo già incontrati da qualche parte, io e te?”.

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Punti fermi per quanto riguarda l'esistenza contemporanea

by blogghino (23/06/2008 - 11:51)

Ultimamente ne ho sentite di cazzate in giro, tipo tariffe per la telefonia mobile secondo le quali “più chiami più ti ricarichi”. Credo che questo vada contro ogni legge della fisica, della dinamica, della termodinamica. Sarebbe come dire Più alberi tagli più ne cresceranno, e lo stiamo vedendo in Amazzonia infatti. Bene allora oggi siccome è lunedì e l’effetto della Noncipensare si è esaurito e i miei pensieri catturano come carta moschicida le grandi verità che aleggiano nell’aria elettromagnetica, vorrei ribadire qua alcuni punti fermi per quanto riguarda l’esistenza contemporanea. Essi sono:
- la chiamata telefonica più conveniente al mondo è quella che non fai.
Lo giuro. Provare per credere. Il suo costo è zero euro assoluti, incluso scatto alla risposta. Questa tariffa può essere attivata da qualsiasi utente e presso qualsiasi operatore di telefonia, in qualsiasi momento e senza bisogno di chiamare il vostro operatore di telefonia. E non è una semplice promozione, dalla durata limitata nel tempo. Questa tariffa esiste dall’inizio del tempo. Ed è imbattibile.
Avevo altri punti fermi ma me li sono dimenticati.

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Affondare le mani

by blogghino (20/06/2008 - 10:53)

Che posso scrivere. Ieri ero partito per consegnare due pizze in centro, ero fermo con lo scooter a un semaforo, il semaforo era rosso, per quello ero fermo. Mentre aspettavo che diventasse verde ho spento lo scooter, perché ero fermo. A che serve uno scooter fermo acceso? A niente. Allora l’ho spento. Dall’altra parte della strada c’era un grosso cartellone pubblicitario con il primo piano di un signore con gli occhiali da sole, il signore aveva una faccia felice, anche se chissà com’erano gli occhi, non si vedevano per via degli occhiali da sole. Dicono che gli occhiali da sole sono necessari per proteggere gli occhi dal sole, ma io non ho mai visto nessuna immagine di beduini del deserto con gli occhiali da sole. E non mi risulta che i beduini siano ciechi o ci vedano male. Comunque. Era una pubblicità di occhiali da sole Clebbino. Sopra la testa del signore c’era scritto Clebbino, e sotto il mento c’era scritto “Perché tu sei unico. Come tutti gli altri”. Il semaforo è diventato verde allora io ho acceso lo scooter e sono ripartito, ho fatto venti metri e c’era un altro semaforo rosso, ho spento lo scooter. Stavo iniziando a sentirmi male, non so perché. Mi davano fastidio i cartelloni pubblicitari, i riflessi del sole sulle carrozzerie metallizzate delle auto (forse avevo bisogno di un paio di occhiali da sole), i colori dei semafori, i clacson delle auto, l’odore di bitume, e altre cose di vario genere, allora quando il semaforo è diventato verde ho girato a destra invece di andare dritto e invece di andare verso il centro sono andato verso la periferia, e dopo verso la campagna, ero su questa stradina dritta e a destra e sinistra c’erano solo campi coltivati e puzza di merda e mi sono sentito subito meglio, molto meglio. Allora ho fermato lo scooter sul ciglio della strada vicino a questo campo concimato con la merda, sono corso in mezzo al campo e ho affondato le mani nella terra fresca e nella merda, e ho pianto, non ho quasi mai pianto così bene.

Poi sono tornato allo scooter e sono andato a consegnare le pizze in centro. Sul campanello, accanto al nominativo dell’acquirente delle pizze, c’era un cerchietto, il segnale. Ho aperto i cartoni e ho sputato nelle due pizze. Poi ho suonato il campanello e sono salito. “Le pizze sono fredde” ha detto il signore che mi ha aperto, dopo aver aperto i cartoni per controllare “e poi cos’è questa puzza di merda?”. “Sono le mie mani, signore, non si preoccupi. Ho immerso le mani nella terra concimata con la merda. La pizza non c’entra” ho pensato che era meglio dire la verità, qualsiasi cosa mi fossi inventato non sarebbe stata credibile. Il signore ha strabuzzato gli occhi “Santiddio” ha detto “ci manca solo che mi sputi nelle pizze”, “già fatto” ho detto io, che ero in vena di verità. Il signore non ha più detto niente, mi ha pagato le pizze (niente mancia, come previsto) e mi ha praticamente sbattuto la porta in faccia. Avevo ancora un po’ di terra e merda sotto le unghie, le ho annusate.

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Quinta lettera di Ermete dalla Zona Deumanizzata

by blogghino (12/06/2008 - 15:53)

Amico mio, l’altro giorno non so cosa mi è preso ma avevo voglia di civiltà e allora sono uscito dalla Zona Deumanizzata e mi sono spinto nella prima periferia della città cercando di non dare nell’occhio, a un certo punto mi è venuta voglia di andare a vedere se c’era ancora la nostra vecchia scuola, ti ricordi. Solo che indovina un po’, a un certo punto ho incontrato una signora che portava a spasso il cane al guinzaglio, e fin qui niente di troppo esageratamente pazzesco, anche se non sono più tanto abituato neanche a questo. Sto finendo lo spazio in questo pezzo di carta e quindi mi conviene arrivare al quindi al dunque. Il dunque è che il cane della signora era avvolto in uno di quei cappottini per cani. Allora mi sono ricordato che c’è gente che magari tosa i suoi propri animali domestici, e poi magari gli mette il cappottino perché teme che abbiano freddo, allora io mi domando ma che cazzo tagliate il pelo agli animali a fare, che cazzo gli mettete i cappottini a fare, sono animali e hanno tutto il pelo di cui hanno bisogno, né troppo né troppo poco, a questo proposito mi sono ricordato quella frase della bibbia che dice forse che i gigli si preoccupano dei loro vestiti?, eccetera eccetera. Ero così depresso che sono tornato nella Zona Deumanizzata, io mi chiedo che cosa penseranno mai quei poveretti che si trova a cucire uno di quei cap

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Ascensione, preoccupazione, felicitazione

by blogghino (11/06/2008 - 14:05)

Entro nell’ascensore, mi giro verso l’uscita.
A volte penso: e se morissi, in ascensore? Se morissi mentre l’ascensore sale, o anche scende. Magari morirei passando da un piano all’altro. Tra il terzo e il secondo, per esempio. Che cosa orribile sarebbe, morire senza sapere neanche dove si è, a che piano. Partire vivi e arrivare morti. Io voglio morire da fermo, credo. Voglio vedere dove muoio. Voglio saperlo dove sono nell’attimo estremo. Vorrei anche sceglierlo il posto, come fanno gli animali. Le porte stanno per chiudersi, una donna che non ho mai visto prima si infila dentro giusto in tempo.
- A che piano, signora?
- Quarto piano, grazie signore.
- Anche io, abitiamo allo stesso piano ma non ci siamo mai incontrati.
- I casi della vita.
- La vita è breve. Ci arriveremo, al quarto piano? Non moriremo prima?
- Se qualcuno di noi due deve morire in ascensore, spero che si tratti di lei.
- Ehi, grazie tante.
- Se morissi io, lei non sarebbe in grado di riconoscere il cadavere, sa com’è.
- E se invece morissimo tutti e due nello stesso istante?
- In questo caso, nell’Aldilà, o nel Nulla, o quello che è, la prima cosa che lei mi direbbe è: che strano, siamo andati alla stessa Morte senza che ci incontrassimo mai, prima.
- Morissimo? Moressimo? Morressemmo? Ho detto bene?
- Siamo al piano, permesso, permesso.
- Siamo vivi! Siamo vivi! Non ci credo! È un miracolo!
- Come no. Ehi, giù le mani, che fa?
- Bisogna festeggiare, abbracciamoci, baciamoci
- Certe cose si fanno quando l’ascensore è chiuso e in movimento, non quando è spalancato.
- Lei non apprezza il dono prezioso della vita! Lei scommetto che domani neanche se lo ricorda, questo momento che abbiamo vissuto!

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Imprevisti a cena da mio padre

by blogghino (10/06/2008 - 09:03)

Ieri sono passato a prendere Penelope 5 per portarla a cena da mio padre. Si era legata i capelli dietro la nuca, in un crocchio, e indossava un abito a fiori e zeppe bianche con cinturino. Sembrava un’altra persona. Forse, ho pensato con terrore mentre saliva in macchina, lo era.
- Sei Cinzia? – le ho chiesto.
- Ma sì – ha detto, ridendo.
In macchina le ho spiegato la faccenda. Dovresti farmi un favore, le ho detto. Dovresti dire a mio padre che ti chiami Giselle. La mia fidanzata si chiama Giselle, e mio padre mi ha detto perché non la porti a cena da me una sera?, e io gli ho detto sì. Solo che non posso portare Giselle da mio padre, allora ho pensato che magari potevamo fingere che tu sei Giselle, insomma che tu sei la mia fidanzata, capito. Così le ho detto. Sei molto bella, poi le ho detto, un po’ perché mi sentivo in colpa, un po’ perché effettivamente mi sembrava vero.
- Perché non puoi portare Giselle da tuo padre? – ha chiesto lei dopo un po’.
- Sapevo che me lo avresti chiesto. Me lo sentivo. Buffo, eh? Certe volte abbiamo delle percezioni, delle vibrazioni che ci fanno entrare in contatto con le persone attraverso canali comunicativi non verbali o di altro tipo. Pensa che una volta mio cugino...
- Massimo. Perché non puoi portare Giselle da tuo padre?
- Oddio. Mi hai chiamato per nome! Non lo fa quasi nessuno. No, ma è giusto, in effetti è meglio che davanti a mio padre mi chiami per nome, visto che siamo fidanzati, ovviamente per finta eh. Come ti sta bene, questo vestito. Sei molto bella.
- Perché non puoi portare Giselle da...
- Eccoci arrivati.
Mi sono fiondato fuori dall’auto e sono andato ad aprire la portiera a Cinzia Pontesi. Ho suonato il campanello, mio padre ci ha aperto. Mio padre abita al secondo piano. Nel pianerottolo, un attimo prima di salire, le ho detto: dunque siamo d’accordo, mi raccomando, tu non sei Cinzia, tu sei Giselle.
Siamo saliti al secondo piano, mio padre ci aspettava alla porta. Benvenuti! Ha urlato, aprendo le braccia e sorridendo. È così che io mi immagino l’Angelo Sterminatore.
- Ciao babbo, ti presento Cinzia. Cinzia, questo è mio padre e – oh, cazzo, no, no no.
Cinzia ha guardato me. Mio padre ha guardato Cinzia.
- Piacere, Cinzia. Io sono Palmiro – ha detto mio padre, serio.
- No no no, ahahah. Scherzetto! Ahahaha – ho detto io. Volevo buttarmi dalla tromba delle scale – non si chiama Cinzia, si chiama Giselle. Lei è Giselle, no, te l’avevo detto no?
- Che succede? – ha detto allora una voce di donna proveniente da dentro. Era Maya, la donna di mio padre. Dovevo aspettarmelo che ci sarebbe stata anche lei. Mio padre con un cenno ci ha fatto entrare, Maya ci è venuta incontro. Mentre mia madre stava morendo, mio padre la tradiva con questa donna, ho pensato.
- Vieni Maya, ti presento mio figlio Massimo, e lei è Cinzia, che sostituisce Giselle – ha detto mio padre.
- Ecco fatto – ha detto Giselle, cioè Cinzia, vaffanculo.
- Come sarebbe, ahah, lei non è Cinzia, lei è Giselle, diglielo Cinzia che sei Giselle – ho detto io.
- Sì, io. Sarei Giselle – ha detto lei.
- Che piacere! Ma che piacere! – ha urlato Maya, baciandoci tutti e due.
- Il piacere è tutto nostro! – Ho urlato io, fortissimo – Ho portato il vino! Che fame! Che si mangia di buono? Hai fame Ciiinnnnnn......
Mio padre ha alzato le sopracciglia.
-.....nnnnselle?
- Ssssssì – ha detto Cinzia, seria. Poi, è scoppiata a ridere. Non si fermava più. Stava andando tutto a puttane. Dopo pochi minuti eravamo seduti a tavola, davanti a un piatto di ribollita. Mio padre era imperturbabile. Nessuno fiatava.
- Be’, come va il mercato editoriale? – ho chiesto a Maya, per rompere il silenzio. Un fragore di stoviglie è esploso dalla parte di mio padre. Mio padre si è alzato.
- Che fai?- ha detto Maya, preoccupata.
- Vado a fare due passi – ha detto mio padre.

Dopo, ho riaccompagnato Penelope 5 al lavoro. Entrava alle 10. Gli altri del Reparto Entropia erano già al lavoro da tre ore. Maledetti bastardi, chissà cosa stavano combinando. Dal parcheggione, vedere le luci accese ai piani alti della Clebbino, a quell’ora della sera, mi dava i brividi.
- Be’ grazie di tutto – ho detto a Cinzia.
- Mi dispiace per come si è messa la cosa.
- Non è andata così male.
- Ah no? Hai uno strano concetto dell’andar male.
- Ci vai vestita così a lavoro?
- Ho il cambio nella borsa. Ci vediamo, Bandini, salutami Giselle.
- Ciao, Cinzia.
L’ho guardata dirigersi verso l’ingresso dipendenti. Ho pensato che i parcheggi sono veramente tristi, madonna mia come sono tristi i parcheggi.

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Uso personale del Giorno della Rivincita

by blogghino (05/06/2008 - 16:19)

Oggi è il Giorno della Rivincita e così stamattina c’è stato il consueto meeting a base di violenza inflitta a tutte le Penelopi del Reparto Entropia giù nella palestra aziendale. Io ho cercato di non esagerare, qualche sputo timido a questo e a quest’altro, un po’ di umilianti offese a quest’altra, un pugno sull’orecchio un po’ troppo forte (non l’ho fatto apposta) a Penelope 1. Arrivato davanti a Penelope 5, lei mi ha sorriso e io le ho dato una sberla sulla guancia destra. Poi l’ho presa per i capelli e l’ho trascinata in un angolo della palestra, lontano dalla fila delle Penelopi e dagli altri revanchisti. Quando ero sicuro che gli altri non ci sentissero, l’ho fatta inginocchiare e senza smettere di tirarle i capelli le ho sussurrato all’orecchio:
- Ehilà, come andiamo.
- Ciao Bandini.
- Scusa per lo schiaffo eh.
- Figurati. Non dirlo neanche.
- Senti. Non so come chiedertelo. Hai da fare lunedì sera?
Penelope 5 ha sorriso. Io ho dato un piccolo strattone ai suoi capelli.
- Non ridere, accidenti. Vuoi farci scoprire?
- Scusa, hai ragione.
- Ti va di venire a cena a casa di mio padre, lunedì?
- Ahio. Sì. Sì, mi va. Grazie, mi fa molto piacere. Ho il turno alle sette come sai, però posso prendere un permesso di tre ore.
- Bene. Sono contento. Poi non preoccuparti, ti ci accompagno io al lavoro, così alle dieci sei operativa.
- Sei molto gentile.
- Sì, be’. Non è niente.
Tirandola per i capelli l’ho riportata in fila tra le altre Penelopi.
- Torna al tuo posto, puttana – le ho detto, e le ho dato uno schiaffo sull’altra guancia. Adesso aveva tutte e due le guance rosse, mi ha fatto l’occhiolino però almeno non ha sorriso. Sono tornato in ufficio con un sapore di polistirolo sulle labbra.

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Addormentarsi contando i soldati

by blogghino (04/06/2008 - 10:04)

Ieri sera Bilal mi ha fatto mangiare la sua kebizza. È una specie di pizza bianca, dal diametro di circa 30 centimetri, condita con pezzi di pomodoro e carne di agnello e poi piegata a metà e mangiata come una piadina. Niente male devo dire. Forse, un po’ pesante. Infatti stanotte non riuscivo a chiudere occhio e allora per addormentarmi mi sono messo a contare i soldati italiani in Afghanistan. Sono 2600, e dovrebbero essere più che sufficienti per addormentarsi, penso ad esempio a quei poveretti degli islandesi, che neanche hanno un esercito. Neanche un soldato, capito? Poveretti! Come fanno ad addormentarsi la notte? Che cosa contano, le pecore? Ah ah! E così mi sono messo a contare i duemilaseicento soldati italiani in Afghanistan, ma stranamente più contavo meno mi addormentavo. Anche perché per contarli, dovevo immaginarmi questi soldati italiani a fare qualcosa, qualcosa di soldatesco. Non potevo immaginarmeli che saltano uno steccato, per dire. Solo che non riuscivo ad immaginarmi niente. Che cosa fanno, i soldati italiani in Afghanistan? Nessuno ce lo dice esattamente. I giornali non ce lo dicono, il governo non ce lo dice, e il risultato è che io nel cuore della notte penso a 2600 soldati in Afghanistan, li conto per addormentarmi e non prendo sonno perché non so che cosa fanno.
Allora ho pensato che magari sarei riuscito ad addormentarmi meglio contando i soldati americani che, dopo essere tornati dall’Iraq, si sono suicidati. Nel 2005 sono stati 6.256. Anche qui ce n’era da contare, più del doppio dei soldati italiani in Afghanistan, ho pensato sfregandomi le mani nel buio della mia camera, e oltretutto potevo anche visualizzarli, invece delle pecore che saltano lo steccato mi bastava immaginare dei reduci che si impiccano, o si sparano, per dire. Solo che dopo aver contato 25 reduci dell’Iraq che si suicidavano il sonno inspiegabilmente è sparito del tutto e sono rimasto per ore a fissare il buio. Che problemi ho?

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