Imprevisti a cena da mio padre
Ieri sono passato a prendere Penelope 5 per portarla a cena da mio padre. Si era legata i capelli dietro la nuca, in un crocchio, e indossava un abito a fiori e zeppe bianche con cinturino. Sembrava un’altra persona. Forse, ho pensato con terrore mentre saliva in macchina, lo era.
- Sei Cinzia? – le ho chiesto.
- Ma sì – ha detto, ridendo.
In macchina le ho spiegato la faccenda. Dovresti farmi un favore, le ho detto. Dovresti dire a mio padre che ti chiami Giselle. La mia fidanzata si chiama Giselle, e mio padre mi ha detto perché non la porti a cena da me una sera?, e io gli ho detto sì. Solo che non posso portare Giselle da mio padre, allora ho pensato che magari potevamo fingere che tu sei Giselle, insomma che tu sei la mia fidanzata, capito. Così le ho detto. Sei molto bella, poi le ho detto, un po’ perché mi sentivo in colpa, un po’ perché effettivamente mi sembrava vero.
- Perché non puoi portare Giselle da tuo padre? – ha chiesto lei dopo un po’.
- Sapevo che me lo avresti chiesto. Me lo sentivo. Buffo, eh? Certe volte abbiamo delle percezioni, delle vibrazioni che ci fanno entrare in contatto con le persone attraverso canali comunicativi non verbali o di altro tipo. Pensa che una volta mio cugino...
- Massimo. Perché non puoi portare Giselle da tuo padre?
- Oddio. Mi hai chiamato per nome! Non lo fa quasi nessuno. No, ma è giusto, in effetti è meglio che davanti a mio padre mi chiami per nome, visto che siamo fidanzati, ovviamente per finta eh. Come ti sta bene, questo vestito. Sei molto bella.
- Perché non puoi portare Giselle da...
- Eccoci arrivati.
Mi sono fiondato fuori dall’auto e sono andato ad aprire la portiera a Cinzia Pontesi. Ho suonato il campanello, mio padre ci ha aperto. Mio padre abita al secondo piano. Nel pianerottolo, un attimo prima di salire, le ho detto: dunque siamo d’accordo, mi raccomando, tu non sei Cinzia, tu sei Giselle.
Siamo saliti al secondo piano, mio padre ci aspettava alla porta. Benvenuti! Ha urlato, aprendo le braccia e sorridendo. È così che io mi immagino l’Angelo Sterminatore.
- Ciao babbo, ti presento Cinzia. Cinzia, questo è mio padre e – oh, cazzo, no, no no.
Cinzia ha guardato me. Mio padre ha guardato Cinzia.
- Piacere, Cinzia. Io sono Palmiro – ha detto mio padre, serio.
- No no no, ahahah. Scherzetto! Ahahaha – ho detto io. Volevo buttarmi dalla tromba delle scale – non si chiama Cinzia, si chiama Giselle. Lei è Giselle, no, te l’avevo detto no?
- Che succede? – ha detto allora una voce di donna proveniente da dentro. Era Maya, la donna di mio padre. Dovevo aspettarmelo che ci sarebbe stata anche lei. Mio padre con un cenno ci ha fatto entrare, Maya ci è venuta incontro. Mentre mia madre stava morendo, mio padre la tradiva con questa donna, ho pensato.
- Vieni Maya, ti presento mio figlio Massimo, e lei è Cinzia, che sostituisce Giselle – ha detto mio padre.
- Ecco fatto – ha detto Giselle, cioè Cinzia, vaffanculo.
- Come sarebbe, ahah, lei non è Cinzia, lei è Giselle, diglielo Cinzia che sei Giselle – ho detto io.
- Sì, io. Sarei Giselle – ha detto lei.
- Che piacere! Ma che piacere! – ha urlato Maya, baciandoci tutti e due.
- Il piacere è tutto nostro! – Ho urlato io, fortissimo – Ho portato il vino! Che fame! Che si mangia di buono? Hai fame Ciiinnnnnn......
Mio padre ha alzato le sopracciglia.
-.....nnnnselle?
- Ssssssì – ha detto Cinzia, seria. Poi, è scoppiata a ridere. Non si fermava più. Stava andando tutto a puttane. Dopo pochi minuti eravamo seduti a tavola, davanti a un piatto di ribollita. Mio padre era imperturbabile. Nessuno fiatava.
- Be’, come va il mercato editoriale? – ho chiesto a Maya, per rompere il silenzio. Un fragore di stoviglie è esploso dalla parte di mio padre. Mio padre si è alzato.
- Che fai?- ha detto Maya, preoccupata.
- Vado a fare due passi – ha detto mio padre.
Dopo, ho riaccompagnato Penelope 5 al lavoro. Entrava alle 10. Gli altri del Reparto Entropia erano già al lavoro da tre ore. Maledetti bastardi, chissà cosa stavano combinando. Dal parcheggione, vedere le luci accese ai piani alti della Clebbino, a quell’ora della sera, mi dava i brividi.
- Be’ grazie di tutto – ho detto a Cinzia.
- Mi dispiace per come si è messa la cosa.
- Non è andata così male.
- Ah no? Hai uno strano concetto dell’andar male.
- Ci vai vestita così a lavoro?
- Ho il cambio nella borsa. Ci vediamo, Bandini, salutami Giselle.
- Ciao, Cinzia.
L’ho guardata dirigersi verso l’ingresso dipendenti. Ho pensato che i parcheggi sono veramente tristi, madonna mia come sono tristi i parcheggi.
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