L'anima e il pulviscolo
Improvvisamente Giselle si è fatta gelida, distante, immagino per via della cena da mio padre alla quale ho portato Penelope 5 spacciandola per lei, anche se mi sfugge come possa essere venuta a saperlo, ma le donne certe cose le capiscono e basta. Ieri sera abbiamo fatto l’amore ma lei era remota e ho avuto una sensazione sgradevole, percepivo nitidamente la freddezza della sua vagina di plastica.
Da piccolo avevo un orsacchiotto, si chiamava Fluffo, l’Orsacchiotto Buffo. Aveva il pelo rossiccio e il naso di plastica divelto e il muso era coperto di saliva rappresa, passavo il tempo a mordergli e succhiargli il naso, era il mio modo di baciarlo, di dimostrargli il mio affetto. Mi domando quando è stato il momento preciso in cui ho smesso di giocare con Fluffo. Quando accade esattamente che l’orsacchiotto da bestiola viva e pensante con cui giocare e parlare diventa un inerme pupazzo di pelo e gommapiuma di cui non ci importa più niente. Ho guardato Giselle, abbandonata sul divano, immobile. “Ah, dunque è così?” le ho detto, “allora è finita?”. Benissimo. Mi sono alzato, ho afferrato Giselle per un braccio e le ho aperto la valvola e ho aspettato che la valvola aperta le soffiasse via l’anima, poi l’ho appallottolata e l’ho gettata nello sgabuzzino. Ho ingollato un bicchiere d’acqua, ma mi è andato a traverso e l’acqua mi è uscita dal naso. Ho acceso lo stereo e ho ascoltato un po’ di cassetta pulisci-testine, mentre osservavo il pulviscolo atmosferico danzare nell’aria illuminata dal sole. Forse era l’anima di Giselle. Mi è venuto in mente che avrei potuto scrivere una poesia sull’anima di Giselle che diventava pulviscolo atmosferico danzante nell’aria, ma poi ci ho ripensato, che stronzata ho pensato. Il pulviscolo atmosferico è molto bello, più dei fuochi artificiali. Poi ho aperto lo sgabuzzino, ho preso la bambola appallottolata, l’ho rigonfiata soffiandoci dentro. L’ho messa a sedere su una sedia di fronte a me, si chiamava Eugenia. “Ciao Eugenia, che bel nome che hai” le ho detto. Ho guardato i suoi occhi azzurri come una mattonella del cesso, il cerchio sensuale delle sue labbra. Il pulviscolo atmosferico scintillava attorno a lei, come scariche elettriche. Mi stava già venendo duro. Tutto è per sempre, mi ha scritto una volta il mio amico Ermete. “Eugenia, non ci siamo già incontrati da qualche parte, io e te?”.
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