Quotidianità
Ierisera ero accomodato sul divano di casa con il pene dentro la bocca di Eugenia che sorseggiavo Cedrata Clebbino dalla fica di Eugenia tramite una cannuccia. Non è difficile da fare. Basta mettere Eugenia a testa in giù, usare il pene come perno e cingere Eugenia ai fianchi con un braccio, senza stringere troppo però altrimenti la pressione fa schizzare la cedrata sul divano e anche sulla faccia. Non fatelo con le donne di carne perché l’effervescenza della cedrata è mal tollerata, nel caso usate liquidi fermi. Insomma ero sul divano con Eugenia e guardavo il televisore con l’audio azzerato e intanto ascoltavo il Guglielmo Tell nella versione suoneria per il mio cellulare, esecuzione niente male, anche se con poco colore. E a un certo punto è suonato il telefono, non il cellulare (quello stava già suonando il Gugliemo Tell) ma il telefono coi fili. Ho ascoltanto per un po’ l’esecuzione della suoneria del telefono fisso, un trillo ribattuto su un’unica nota, ripetutamente, un pezzo di musica minimale stile Philip Glass ma anche un po’ Brian Eno, niente male devo dire, poi mi sono ricordato che dovevo rispondere perché era sicuramente mio padre, ormai soltanto lui mi chiama al telefono coi fili. Ed è un peccato perché io amo il telefono coi fili, perché mi piace che una voce passi in un filo e io stringendo quel filo posso stringere in mano quella voce che mi arriva all’orecchio, mentre con il cellulare non si sa da dove arriva quella voce, per quanto ne so potrebbe arrivare anche dalla mia testa, e non è divertente. Proprio no. Così mi sono alzato di scatto per andare a rispondere ma sono inciampato su Eugenia e siamo caduti e la cedrata è schizzata parte sul pavimento parte sulla mia faccia, sono maldestro. Ho sfilato il pene dalla bocca di Eugenia e sono andato a rispondere ma era troppo tardi, quando ho alzato la cornetta non c’era nessuno, si sentiva il tu-ttù della linea libera. Ho ascoltato per un po’ anche questo pezzo, molto minimale come quello precedente, ma il timbro era decisamente diverso, un suono più sintetico, come proveniente dallo spazio, ma sempre ritmicamente ossessivo, quasi un battito cardiaco, un walzer monocorde, una cosa tipo Pink Floyd di The Piper at the Gates of Dawn ma molto asciugata, che poi di colpo ha cambiato tempo diventando un’unica nota ossessivamente ripetuta, con un ritmo frenetico. Gran pezzo.
Ho messo giù la cornetta, c’era da pulire la cedrata in terra, dal piano di sopra arrivavano rumori come di trascinamento di cadaveri, ho chiuso gli occhi, ho recitato a mente una preghiera inventata con dentro la parola “frigorifero” e ho leccato un po’ di pulviscolo atmosferico. Poi ho alzato la cornetta del telefono, ho messo il walzer in viva voce, ho tirato su Eugenia per un braccio e le ho detto: “Balliamo?”.
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